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Agostino - De Trinitate - Liber Iv - 27

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[XX 27] Si autem secundum hoc missus a patre filius dicitur quia ille pater est, ille filius, nullo modo impedit ut credamus aequalem patri esse filium et consubstantialem et coaeternum et tamen a patre missum filium. Non quia ille maior est et ille minor; sed quia ille pater est, ille filius; ille genitor, ille genitus; ille a quo est qui mittitur, ille qui est ab eo qui mittit. Filius enim a patre est, non pater a filio. Secundum hoc iam potest intellegi non tantum ideo dici missus filius quia uerbum caro factum est, sed ideo missus ut uerbum caro fieret et per praesentiam corporalem illa quae scripta sunt operaretur, id est ut non tantum homo missus intellegatur quod uerbum factum est, sed et uerbum missum ut homo fieret quia non secundum imparem potestatem uel substantiam uel aliquid quod in eo patri non sit aequale missus est, sed secundum id quod filius a patre est, non pater a filio. Verbum enim patris est filius, quod est sapientia eius dicitur. Quid ergo mirum si mittitur non quia inaequalis est patri sed quia est manatio quaedam claritatis omnipotentis dei sinceris? Ibi autem quod manat et de quo manat unius eiusdemque substantiae est. Neque enim sicut aqua de foramine terrae aut lapidis manat sed sicut lux de luce. Nam quod dictum est: Candor est enim lucis aeternae, quid aliud dictum est quam lux est lucis aeternae? Candor quippe lucis quid nisi lux est? Et ideo coaeterna luci de qua lux est. Maluit autem dicere candor lucis quam lux lucis ne obscurior putaretur ista quae manat quam illa de qua manat. Cum enim auditur candor eius esse ista, facilius est ut per hanc lucere illa quam haec minus lucere credatur. Sed quia cauendum non erat ne minor lux illa putaretur quae istam genuit (hoc enim nullus umquam haereticus ausus est dicere nec credendum est aliquem ausurum), illi cogitationi occurrit scriptura qua posset uideri obscurior lux ista quae manat quam illa de qua manat, quam suspicionem tulit cum ait candor est illius, id est lucis aeternae, atque ita ostendit aequalem. Si enim haec minor est, obscuritas illius est non candor illius. Si autem maior est, non ex ea manat; non enim uinceret de qua genita est. Quia ergo ex illa manat non est maior quam illa; quia uero non obscuritas illius sed candor illius est non est minor; aequalis est ergo.

Neque hoc mouere debet quia dicta est manatio quaedam claritatis omnipotentis dei sinceris tamquam ipsa non sit omnipotens sed omnipotentis manatio. Mox enim de illa dicitur: Et cum sit una, omnia potest. Quis est autem omnipotens nisi qui omnia potest? Ab illo itaque mittitur a quo emanat. Sic enim et petitur ab illo qui amabat eam et desiderabat: Emitte, inquit, illam de sanctis caelis tuis et mitte illam a sede magnitudinis tuae ut mecum sit et mecum laboret, id est, 'Doceat me laborare ne laborem.' Labores enim eius uirtutes sunt. Sed aliter mittitur ut sit cum homine; aliter missa est ut ipsa sit homo. In animas enim sanctas se transfert atque amicos dei et prophetas constituit, sicut etiam implet sanctos angelos et omnia talibus ministeriis congrua per eos operatur. Cum autem uenit plenitudo temporis, missa est non ut impleret angelos, nec ut esset angelus nisi in quantum consilium patris annuntiabat quod et ipsius erat, nec ut esset cum hominibus aut in hominibus, hoc enim et antea in patribus et prophetis; sed ut ipsum uerbum caro fieret, id est homo fieret, in quo futuro reuelato sacramento etiam eorum sapientium atque sanctorum salus esset qui priusquam ipse de uirgine nasceretur de mulieribus nati sunt, et in quo facto atque praedicato salus sit omnium credentium, sperantium, diligentium. Hoc est enim magnum petatis sacramentum quod manifestatum est in carne, iustificatum est in spiritu, apparuit angelis, praedicatum est in gentibus, creditum est in mundo, assumptum est in gloria.

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[degiovfe] - [2011-04-11 09:39:12]

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