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Agostino - De Civitate Dei - Liber Xxi - 25

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[XXV] Sed iam respondeamus etiam illis, qui non solum diabolo et angelis eius, sicut nec isti, sed ne ipsis quidem omnibus hominibus liberationem ab aeterno igne promittunt, uerum eis tantum, qui Christi baptismate abluti et corporis eius et sanguinis participes facti sunt, quomodolibet uixerint, in quacumque haeresi uel impietate fuerint. Sed contradicit eis apostolus dicens: Manifesta autem sunt opera carnis, quae sunt fornicatio, inmunditia, luxuria, idolorum seruitus, ueneficia, inimicitiae, contentiones, aemulationes, animositates, dissensiones, haereses, inuidiae, ebrietates, comisationes et his similia; quae praedico uobis, sicut praedixi, quoniam qui talia agunt regnum Dei non possidebunt. Haec profecto apostolica falsa sententia est, si tales post quantalibet tempora liberati regnum Dei possidebunt. Sed quoniam falsa non est, profecto regnum Dei non possidebunt. Et si in regni Dei possessione numquam erunt, aeterno supplicio tenebuntur; quoniam non est medius locus, ubi non sit in supplicio, qui illo non fuerit constitutus in regno.

Quam ob rem quod ait Dominus Iesus: Hic est panis qui de caelo descendit, ut, si quis ex ipso manducauerit, non moriatur. Ego sum panis uiuus, qui de caelo descendi; si quis manducauerit ex hoc pane, uiuet in aeternum, quo modo sit accipiendum, merito quaeritur. Et ab istis quidem, quibus nunc respondemus, hunc intellectum auferunt illi, quibus deinde respondendum est; hi sunt autem, qui hanc liberationem nec omnibus habentibus sacramentum baptismatis et corporis Christi, sed solis catholicis, quamuis male uiuentibus, pollicentur, quia non solo, inquiunt, sacramento, sed re ipsa manducauerunt corpus Christi, in ipso scilicet eius corpore constituti; de quo corpore ait apostolus: Vnus panis, unum corpus multi sumus. Qui ergo est in eius corporis unitate, id est in Christianorum compage membrorum, cuius corporis sacramentum fideles communicantes de altari sumere consuerunt, ipse uere dicendus est manducare corpus Christi et bibere sanguinem Christi. Ac per hoc haeretici et schismatici ab huius unitate corporis separati possunt idem percipere sacramentum, sed non sibi utile, immo uero etiam noxium, quo iudicentur grauius, quam uel tardius liberentur. Non sunt quippe in eo uinculo pacis, quod illo exprimitur sacramento.

Sed rursus etiam isti, qui recte intellegunt, non dicendum esse manducare corpus Christi, qui in corpore non est Christi, non recte promittunt eis, qui uel in haeresim uel etiam in gentilium superstitionem ex illius corporis unitate labuntur, liberationem quandoque ab aeterni igne supplicii; primum, quia debent adtendere, quam sit intolerabile atque a sana doctrina nimis deuium, ut multi ac paene omnes, qui haereses impias condiderunt exeuntes de catholica ecclesia et facti sunt haeresiarchae, meliores habeant causas, quam hi, qui numquam fuerunt catholici, cum in eorum laqueos incidissent, si illos haeresiarchas hoc facit liberari a supplicio sempiterno, quod in catholica ecclesia baptizati sunt et sacramentum corporis Christi in uero Christi corpore primitus acceperunt; cum peior sit utique desertor fidei et ex desertore oppugnator eius effectus quam ille, qui non deseruit quod numquam tenuit; deinde quia et his occurrit apostolus eadem uerba proferens et enumeratis illis carnis operibus eadem ueritate praedicens: Quoniam qui talia agunt, regnum Dei non possidebunt.

Vnde nec illi in perditis et damnabilibus moribus debent esse securi, qui usque in finem quidem uelut in communione ecclesiae catholicae perseuerant, intuentes quod dictum est: Qui perseuerauerit usque in finem, hic saluus erit, et per uitae iniquitatem ipsam uitae iustitiam, quod eis Christus est, deserunt, siue fornicando siue alias inmunditias flagitiorum, quas nec exprimere apostolus uoluit, in suo corpore perpetrando, siue turpitudine luxuriae diffluendo siue aliquid aliud eorum agendo, de quibus ait: Quoniam qui talia agunt, regnum Dei non possidebunt; ac per hoc, quicumque agunt talia, nisi in sempiterno supplicio non erunt, quia in Dei regno esse non poterunt. In his enim perseuerando usque in huius uitae finem non utique dicendi sunt in Christo perseuerasse usque in finem, quia in Christo perseuerare est in eius fide perseuerare; quae fides, ut eam definit idem apostolus, per dilectionem operatur; dilectio autem, sicut ipse alibi dicit, malum non operatur. Nec isti ergo dicendi sunt manducare corpus Christi, quoniam nec in membris computandi sunt Christi. Vt enim alia taceam, non possunt simul esse et membra Christi et membra meretricis. Denique ipse dicit: Qui manducat carnem meam et bibit sanguinem meum, in me manet, et ego in eo. Ostendit quid sit non sacramento tenus, sed re uera corpus Christi manducare et eius sanguinem bibere; hoc est enim in Christo manere, ut in illo maneat et Christus. Sic enim hoc dixit, tamquam diceret: "Qui non in me manet, et in quo non maneo, non se dicat aut existimet manducare corpus meum aut bibere sanguinem meum." Non itaque manent in Christo, qui non sunt membra eius. Non sunt autem membra Christi, qui se faciunt membra meretricis, nisi malum illud paenitendo esse destiterint et ad hoc bonum reconciliatione redierint.

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[degiovfe] - [2011-04-07 10:05:20]

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