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Svetonio - De Poetis - Vita Terenti - 5

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V. Q. Cosconius redeuntem e Graecia perisse in mari dicit cum C. et VIII. fabulis conversis a Menandro. Ceteri mortuum esse in Arcadia Stymphali sive Leuccadiae tradunt Cn. Cornelio Dolabella M. Fulvio Nobiliore consulibus, morbo implicitum ex dolore ac taedio amissarum sarcinarum, quas in nave praemiserat, ac simul fabularum, quas novas fecerat.
Fuisse dicitur mediocri statura, gracili corpore, colore fusco. Reliquit filiam, quae post equiti Romano nupsit; item hortulos XX iugerum via Appia ad Martis villam. Quo magis miror Porcium scribere:

"Scipio nihil profuit, nihil Laelius, nihil Furius,
Tres per id tempus qui agitabant nobiles facillime;
Eorum ille opera ne domum quidem habuit conducticiam,
Saltem ut esset quo referret obitum domini servulus."

Hunc Afranius quidem omnibus comicis praefert scribens in "Compitalibus":

"Terenti non similem dicens quempiam."

Vulcatius autem non solum Naevio et Plauto et Caecilio, sed Licinio quoque et Atilio postponit. Cicero in "Limone" hactenus laudat:

"Tu quoque, qui solus lecto sermone, Terenti,
Conversum expressumque Latina voce Menandrum
In medium nobis sedatis vocibus effers,
Quiddam come loquens atque omnia dulcia dicens."

Item C. Caesar:

"Tu quoque, tu in summis, o dimidiate Menander,
Poneris, et merito, puri sermonis amator.
Lenibus atque utinam scriptis adiuncta foret vis,
Comica ut aequato virtus polleret honore
Cum Graecis neve hac despectus parte iaceres!
Unum hoc maceror ac doleo tibi desse, Terenti."

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