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Seneca - Naturales Quaestiones - Liber Vi - 3

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[3,1] Illud quoque proderit praesumere animo, nihil horum deos facere, nec ira numinum aut caelum concuti aut terram: suas ista causas habent nec ex imperio saeuiunt sed quibusdam uitiis ut corpora nostra turbantur et tunc, cum facere uidentur iniuriam, accipiunt.

[3,2] Nobis autem ignorantibus uerum omnia terribiliora sunt, utique quorum metum raritas auget: leuius accidunt familiaria, at ex insolito formido maior est. Quare autem quicquam nobis insolitum est? Quia naturam oculis, non ratione, comprehendimus nec cogitamus quid illa facere possit, sed tantum quid fecerit. Damus itaque huius neglegentiae poenas tamquam nouis territi, cum illa non sint noua sed insolita.

[3,3] Quid ergo? Non religionem incutit mentibus, et quidem publice, siue deficere sol uisus est, siue luna, cuius obscuratio frequentior, aut parte sui aut tota delituit? Longeque magis illa, actae in transuersum faces et caeli magna pars ardens et crinita sidera et plures solis orbes et stellae per diem uisae subitique transcursus ignium multam post se lucem trahentium? [3,4] Nihil horum sine timore miramur: et cum timendi sit causa nescire, non est tanti scire, ne timeas? Quanto satius est causas inquirere, et quidem toto in hoc intentum animo! Neque enim illo quicquam inueniri dignius potest, cui se non tantum commodet sed impendat.

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3. e Cause del del che Aquitani terremoto. con del Cause gli Aquitani, del vicini dividono nostro nella quasi timore

[1]
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[2]
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[3]
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[4]
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