Splash Latino - Seneca - Epistulae Morales Ad Lucilium - Liber Iv - 35

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Seneca - Epistulae Morales Ad Lucilium - Liber Iv - 35

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XXXV. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1] Cum te tam valde rogo ut studeas, meum negotium ago: habere amicum volo, quod contingere mihi, nisi pergis ut coepisti excolere te, non potest. Nunc enim amas me, amicus non es. 'Quid ergo? haec inter se diversa sunt?' immo dis similia. Qui amicus est amat; qui amat non utique amicus est; itaque amicitia semper prodest, amor aliquando etiam nocet. [2] Si nihil aliud, ob hoc profice, ut amare discas. Festina ergo dum mihi proficis, ne istuc alteri didiceris. Ego quidem percipio iam fructum, cum mihi fingo uno nos animo futuros et quidquid aetati meae vigoris abscessit, id ad me et tua, quamquam non multum abest, rediturum; sed tamen re quoque ipsa esse laetus volo. [3] Venit ad nos ex iis quos amamus etiam absentibus gaudium, sed id leve et evanidum: conspectus et praesentia et conversatio habet aliquid vivae voluptatis, utique si non tantum quem velis sed qualem velis videas. Affer itaque te mihi, ingens munus, et quo magis instes, cogita te mortalem esse, me senem. [4] Propera ad me, sed ad te prius. Profice et ante omnia hoc cura, ut constes tibi. Quotiens experiri voles an aliquid actum sit, observa an eadem hodie velis quae heri: mutatio voluntatis indicat animum natare, aliubi atque aliubi apparere, prout tulit ventus. Non vagatur quod fixum atque fundatum est: istud sapienti perfecto contingit, aliquatenus et proficienti provectoque. Quid ergo interest? hic commovetur quidem, non tamen transit, sed suo loco nutat; ille ne commovetur quidem. Vale.


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