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Seneca - Epistulae Morales Ad Lucilium - Liber Iv - 34

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XXXIV. SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

[1] Cresco et exsulto et discussa senectute recalesco quotiens ex iis quae agis ac scribis intellego quantum te ipse - nam turbam olim reliqueras - superieceris. Si agricolam arbor ad fructum perducta delectat, si pastor ex fetu gregis sui capit voluptatem, si alumnum suum nemo aliter intuetur quam ut adulescentiam illius suam iudicet, quid evenire credis iis qui ingenia educaverunt et quae tenera formaverunt adulta subito vident? [2] Assero te mihi; meum opus es. Ego cum vidissem indolem tuam, inieci manum, exhortatus sum, addidi stimulos nec lente ire passus sum sed subinde incitavi; et nunc idem facio, sed iam currentem hortor et invicem hortantem. [3] 'Quid illud?' inquis 'adhuc volo.' In hoc plurimum est, non sic quomodo principia totius operis dimidium occupare dicuntur. Ista res animo constat; itaque pars magna bonitatis est velle fieri bonum. Scis quem bonum dicam? perfectum, absolutum, quem malum facere nulla vis, nulla necessitas possit. [4] Hunc te prospicio, si perseveraveris et incubueris et id egeris ut omnia facta dictaque tua inter se congruant ac respondeant sibi et una forma percussa sint. Non est huius animus in recto cuius acta discordant. Vale.

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