Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Iii - 8

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Seneca - De Ira - Liber Iii - 8

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1. Demus operam ne accipiamus iniuriam, quia ferre nescimus. Cum placidissimo et facillimo et minime anxio morosoque vivendum est; sumuntur a conversantibus mores et ut quaedam in contactos corporis vitia transiliunt, ita animus mala sua proximis tradit: ebriosus convictores in amorem meri traxit, inpudicorum coetus fortem quoque et silice natum virum emolliit, avaritia in proximos virus suum transtulit.
2. Eadem ex diverso ratio virtutum est, ut omne quod secum habent mitigent; nec tam valetudini profuit utilis regio et salubrius caelum quam animis parum firmis in turba meliore versari.
3. Quae res quantum possit intelleges, si videris feras quoque convictu nostro mansuescere nullique etiam immani bestiae vim suam permanere, si hominis contubernium diu passa est: retunditur omnis asperitas paulatimque inter placida dediscitur. Accedit huc quod non tantum exemplo melior fit qui cum quietis hominibus vivit, sed quod causas irascendi non invenit nec vitium suum exercet. Fugere itaque debebit omnis quos inritaturos iracundiam sciet. 'Qui sunt' inquis 'isti?'
4. Multi ex variis causis idem facturi: offendet te superbus contemptu, dicax contumelia, petulans iniuria, lividus malignitate, pugnax contentione, ventosus et mendax vanitate; non feres a suspicioso timeri, a pertinace vinci, a delicato fastidiri.
5. Elige simplices faciles moderatos, qui iram tuam nec evocent et ferant; magis adhuc proderunt summissi et humani et dulces, non tamen usque in adulationem, nam iracundos nimia adsentatio offendit: erat certe amicus noster vir bonus sed irae paratioris, cui non magis tutum erat blandiri quam male dicere.
6. Caelium oratorem fuisse iracundissimum constat. Cum quo, ut aiunt, cenabat in cubiculo lectae patientiae cliens, sed difficile erat illi in copulam coniecto rixam eius cui cohaerebat effugere; optimum iudicavit quidquid dixisset sequi et secundas agere. Non tulit Caelius adsentientem et exclamavit, 'dic aliquid contra, ut duo simus!' Sed ille quoque, quod non irasceretur iratus, cito sine adversario desit.
7. Eligamus ergo vel hos potius, si conscii nobis iracundiae sumus, qui vultum nostrum ac sermonem sequantur: facient quidem nos delicatos et in malam consuetudinem inducent nihil contra voluntatem audiendi, sed proderit vitio suo intervallum et quietem dare. Difficiles quoque et indomiti natura blandientem ferent: nihil asperum tetricumque palpanti est.
8. Quotiens disputatio longior et pugnacior erit, in prima resistamus, antequam robur accipiat: alit se ipsa contentio et demissos altius tenet; facilius est se a certamine abstinere quam abducere.


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[1]
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[4]
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