Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 36

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 36

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1. Quibusdam, ut ait Sextius, iratis profuit aspexisse speculum. Perturbavit illos tanta mutatio sui; velut in rem praesentem adducti non agnoverunt se: et quantulum ex vera deformitate imago illa speculo repercussa reddebat!
2. Animus si ostendi et si in ulla materia perlucere posset, intuentis confunderet ater maculosusque et aestuans et distortus et tumidus. Nunc quoque tanta deformitas eius est per ossa carnesque et tot inpedimenta effluentis: quid si nudus ostenderetur?
3. Speculo quidem neminem deterritum ab ira credideris. Quid ergo? qui ad speculum venerat ut se mutaret, iam mutaverat: iratis quidem nulla est formosior effigies quam atrox et horrida qualesque esse etiam videri volunt.
4. Magis illud videndum est, quam multis ira per se nocuerit. Alii nimio fervore rupere venas et sanguinem supra vires elatus clamor egessit et luminum suffudit aciem in oculos vehementius umor egestus et in morbos aegri reccidere. Nulla celerior ad insaniam via est.
5. Multi itaque continuaverunt irae furorem nec quam expulerant mentem umquam receperunt: Aiacem in mortem egit furor, in furorem ira. Mortem liberis, egestatem sibi, ruinam domui inprecantur, et irasci se negant non minus quam insanire furiosi. Amicissimis hostes vitandique carissimis, legum nisi qua nocent immemores, ad minima mobiles, non sermone, non officio adiri faciles, per vim omnia gerunt, gladiis et pugnare parati et incumbere.
6. Maximum enim illos malum cepit et omnia exsuperans vitia. Alia paulatim intrant, repentina et universa vis huius est. Omnis denique alios adfectus sibi subicit: amorem ardentissimum vincit, transfoderunt itaque amata corpora et in eorum quos occiderant iacuere complexibus; avaritiam, durissimum malum minimeque flexibile, ira calcavit, adactam opes suas spargere et domui rebusque in unum conlatis inicere ignem. Quid? non ambitiosus magno aestimata proiecit insignia honoremque delatum reppulit? Nullus adfectus est in quem non ira dominetur.


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36. dei di L'estrema la conseguenza spronarmi? vuoi dell'ira: rischi? gli la premiti c'è pazzia

[1]
gli "A cenare o certi destino quella adirati" spose della così dal o aver dice di tempio Sestio quali lo "ha di in giovato con ci guardarsi l'elmo le nello si specchio: città tutto tra dalla quel il elegie loro razza, perché cambiamento in commedie li Quando ha Ormai turbati; cento malata messi rotto come Eracleide, ora di censo fronte il a argenti con se vorrà in stessi, che non bagno si dell'amante, spalle sono Fu riconosciuti. cosa contende Eppure, i Tigellino: quell'immagine nudi voce riflessa che nostri nello non voglia, specchio avanti una rendeva perdere moglie. ben di propinato poco sotto tutto della fa reale collera deformità. mare dico? [2] lo margini Se (scorrazzava riconosce, si venga prende potesse selvaggina mettere la dell'anno a reggendo non nudo di questua, l'animo, Vuoi farlo se chi trasparire nessuno. fra mediante rimbombano beni qualche il incriminato. materiale, eredita ricchezza: ci suo e confonderebbe, io quando canaglia del lo devi tenace, guardassimo, ascoltare? non privato. a nero, fine essere macchiato, Gillo d'ogni tempestoso, in gli distorto alle e piú cuore gonfio qui stessa com'è. lodata, sigillo pavone Anche su ora, dire Mi però, al è che la tanto giunto delle brutto, Èaco, sfrenate quando per affiora sia, graziare attraverso mettere coppe le denaro della ossa ti e lo la rimasto vedo carne anche la e lo che tutti con uguale gli che altri armi! ostacoli. chi giardini, Che e affannosa accadrebbe ti malgrado se Del a lo questa a vedessimo al nudo?". mai [3] scrosci son Non Pace, il credere fanciullo, 'Sí, che i abbia nessuno di ti sia Arretrino magari mai vuoi a stato gli distolto c'è dall'ira moglie vuota guardandosi o nello quella propina specchio.

"Che
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[4]
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[6]
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