Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 31

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 31

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1. Duo sunt, ut dixi quae iracundiam concitant: primum, si iniuriam videmur accepisse -- de hoc satis dictum est; deinde, si inique accepisse -- de hoc dicendum est.
2. Iniqua quaedam iudicant homines quia pati non debuerint, quaedam quia non speraverint. Indigna putamus quae inopinata sunt; itaque maxime commovent quae contra spem expectationemque evenerunt, nec aliud est quare in domesticis minima offendant, in amicis iniuriam vocemus neglegentiam.
3. 'Quomodo ergo' inquit 'inimicorum nos iniuriae movent?' Quia non expectavimus illas aut certe non tantas. Hoc efficit amor nostri nimius: inviolatos nos etiam inimicis iudicamus esse debere; regis quisque intra se animum habet, ut licentiam sibi dari velit, in se nolit.
4. Aut ignorantia itaque nos aut insolentia iracundos facit [ignorantia rerum]. Quid enim mirum est malos mala facinora edere? Quid novi est, si inimicus nocet, amicus offendit, filius labitur, servus peccat? Turpissimam aiebat Fabius imperatori excusationem esse 'non putavi', ego turpissimam homini puto. Omnia puta, expecta: etiam in bonis moribus aliquid existet asperius.
5. Fert humana natura insidiosos animos, fert ingratos, fert cupidos, fert impios. Cum de unius moribus iudicabis, de publicis cogita. Ubi maxime gaudebis, maxime metues; ubi tranquilla tibi omnia videntur, ibi nocitura non desunt sed quiescunt. Semper futurum aliquid quod te offendat existima: gubernator numquam ita totos sinus securus explicuit ut non expedite ad contrahendum armamenta disponeret.
6. Illud ante omnia cogita, foedam esse et execrabilem vim nocendi et alienissimam homini, cuius beneficio etiam saeva mansuescunt. Aspice elephantorum iugo colla summissa et taurorum pueris pariter ac feminis persultantibus terga inpune calcata et repentis inter pocula sinusque innoxio lapsu dracones et intra domum ursorum leonumque ora placida tractantibus adulantisque dominum feras: pudebit cum animalibus permutasse mores.
7. Nefas est nocere patriae; ergo civi quoque, nam hic pars patriae est -- sanctae partes sunt, si universum venerabile est; ergo et homini, nam hic in maiore tibi urbe civis est. Quid si nocere velint manus pedibus, manibus oculi? Ut omnia inter se membra consentiunt quia singula servari totius interest, ita homines singulis parcent quia ad coetum geniti sunt, salva autem esse societas nisi custodia et amore partium non potest.
8. Ne viperas quidem et natrices et si qua morsu aut ictu nocent effligeremus, si in reliquum mansuefacere possemus aut efficere ne nobis aliisve periculo essent; ergo ne homini quidem nocebimus quia peccavit, sed ne peccet, nec umquam ad praeteritum sed ad futurum poena referetur; non enim irascitur sed cavet. Nam si puniendus est cuicumque pravum maleficumque ingenium est, poena neminem excipiet.


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31. 'Sí, Odio Di abbia altrove, fronte ti le all'ingiustizia

[1]
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[3]
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Perché
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[5]
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[6]
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[7]
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