Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 29

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 29

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1. Maximum remedium irae mora est. Hoc ab illa pete initio, non ut ignoscat sed ut iudicet: graves habet impetus primos; desinet, si expectat. Nec universam illam temptaveris tollere: tota vincetur, dum partibus carpitur.
2. Ex iis quae nos offendunt alia renuntiantur nobis, alia ipsi audimus aut videmus. De iis quae narrata sunt non debemus cito credere: multi mentiuntur ut decipiant, multi quia decepti sunt; alius criminatione gratiam captat et fingit iniuriam ut videatur doluisse factam; est aliquis malignus et qui amicitias cohaerentis diducere velit; est suspicax et qui spectare ludos cupiat et ex longinquo tutoque speculetur quos conlisit.
3. De parvula summa iudicaturo tibi res sine teste non probaretur, testis sine iureiurando non valeret, utrique parti dares actionem, dares tempus, non semel audires; magis enim veritas elucet quo saepius ad manum venit: amicum condemnas de praesentibus? Antequam audias, antequam interroges, antequam illi aut accusatorem suum nosse liceat aut crimen, irasceris? Iam enim, iam utrimque <quid> diceretur audisti?
4. Hic ipse qui ad te detulit desinet dicere, si probare debuerit: 'non est' inquit 'quod me protrahas; ego productus negabo; alioqui nihil umquam tibi dicam.' Eodem tempore et instigat et ipse se certamini pugnaeque subtrahit. Qui dicere tibi nisi clam non vult, paene non dicit: quid est iniquius quam secreto credere, palam irasci?


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29. si Valutare dal i (attuale con fatti, fiume prima di di per decidere

[1]
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[2]
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[3]
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