Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 27

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 27

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1. Quaedam sunt quae nocere non possunt nullamque vim nisi beneficam et salutarem habent, ut di inmortales, qui nec volunt obesse nec possunt; natura enim illis mitis et placida est, tam longe remota ab aliena iniuria quam a sua.
2. Dementes itaque et ignari veritatis illis inputant saevitiam maris, inmodicos imbres, pertinaciam hiemis, cum interim nihil horum quae nobis nocent prosuntque ad nos proprie derigatur. Non enim nos causa mundo sumus hiemem aestatemque referendi: suas ista leges habent, quibus divina exercentur; nimis nos suspicimus, si digni nobis videmur propter quos tanta moveantur. Nihil ergo horum in nostram iniuriam fit, immo contra nihil non ad salutem.
3. Quaedam esse diximus quae nocere non possint, quaedam quae nolint. In iis erunt boni magistratus parentesque et praeceptores et iudices, quorum castigatio sic accipienda est quomodo scalpellum et abstinentia et alia quae profutura torquent.
4. Adfecti sumus poena: succurrat non tantum quid patiamur sed quid fecerimus, in consilium de vita nostra mittamur; si modo verum ipsi nobis dicere voluerimus, pluris litem nostram aestimabimus.


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[1]
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