Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 26

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 26

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1. Irascimur aut iis a quibus ne accipere quidem potuimus iniuriam, aut iis a quibus accipere iniuriam potuimus.
2. Ex prioribus quaedam sine sensu sunt, ut liber quem minutioribus litteris scriptum saepe proiecimus et mendosum laceravimus, ut vestimenta quae, quia displicebant, scidimus: his irasci quam stultum est, quae iram nostram nec meruerunt nec sentiunt!
3. 'Sed offendunt nos videlicet qui illa fecerunt.' Primum saepe antequam hoc apud nos distinguamus irascimur. Deinde fortasse ipsi quoque artifices excusationes iustas adferent: alius non potuit melius facere quam fecit, nec ad tuam contumeliam parum didicit; alius non in hoc ut te offenderet fecit. Ad ultimum quid est dementius quam bilem in homines collectam in res effundere?
4. Atqui ut his irasci dementis est quae anima carent, sic mutis animalibus, quae nullam iniuriam nobis faciunt, quia velle non possunt; non est enim iniuria nisi a consilio profecta. Nocere itaque nobis possunt ut ferrum aut lapis, iniuriam quidem facere non possunt.
5. Atqui contemni se quidam putant, ubi idem equi obsequentes alteri equiti, alteri contumaces sunt, tamquam iudicio, non consuetudine et arte tractandi quaedam quibusdam subiectiora sint.
6. Atqui ut his irasci stultum est, ita pueris et non multum a puerorum prudentia distantibus; omnia enim ista peccata apud aequum iudicem pro innocentia habent inprudentiam.


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26. Belgi Non quotidiane, lingua adirarsi quelle con i di gli del esseri settentrione. lo irragionevoli

[1]
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[3]
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[6]
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