Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 25

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 25

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1. Inde et illud sequitur, ut minimis sordidissimisque rebus non exacerbemur. Parum agilis est puer aut tepidior aqua poturo aut turbatus torus aut mensa neglegentius posita: ad ista concitari insania est. Aeger et infelicis valetudinis est quem levis aura contraxit, adfecti oculi quos candida vestis obturbat, dissolutus deliciis cuius latus alieno labore condoluit.
2. Mindyriden aiunt fuisse ex Sybaritarum civitate qui, cum vidisset fodientem et altius rastrum adlevantem, lassum se fieri questus vetuit illum opus in conspectu suo facere; idem habere se peius questus est, quod foliis rosae duplicatis incubuisset.
3. Ubi animum simul et corpus voluptates corrupere, nihil tolerabile videtur, non quia dura sed quia mollis patitur. Quid est enim cur tussis alicuius aut sternutamentum aut musca parum curiose fugata in rabiem agat aut obversatus canis aut clavis neglegentis servi manibus elapsa?
4. Feret iste aequo animo civile convicium et ingesta in contione curiave maledicta cuius aures tracti subsellii stridor offendit? Perpetietur hic famem et aestivae expeditionis sitim qui puero male diluenti nivem irascitur? Nulla itaque res magis iracundiam alit quam luxuria intemperans et inpatiens: dure tractandus animus est ut ictum non sentiat nisi gravem.


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25. inferiore affacciano Essere raramente inizio longanimi

[1]
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[2]
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[3]
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