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Seneca - De Ira - Liber Ii - 5

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1. Illud etiamnunc quaerendum est, ii qui vulgo saeviunt et sanguine humano gaudent, an irascantur cum eos occidunt a quibus nec acceperunt iniuriam nec accepisse ipsos existimant: qualis fuit Apollodorus aut Phalaris.
2. Haec non est ira, feritas est; non enim quia accepit iniuriam nocet, sed parata est dum noceat vel accipere, nec illi verbera lacerationesque in ultionem petuntur sed in voluptatem.
3. Quid ergo? Origo huius mali ab ira est, quae ubi frequenti exercitatione et satietate in oblivionem clementiae venit et omne foedus humanum eiecit animo, novissime in crudelitatem transit; rident itaque gaudentque et voluptate multa perfruuntur plurimumque ab iratorum vultu absunt, per otium saevi.
4. Hannibalem aiunt dixisse, cum fossam sanguine humano plenam vidisset, 'o formosum spectaculum!' Quanto pulchrius illi visum esset, si flumen aliquod lacumque conplesset! Quid mirum si hoc maxime spectaculo caperis, innatus sanguini et ab infante caedibus admotus? Sequetur te fortuna crudelitati tuae per viginti annos secunda dabitque oculis tuis gratum ubique spectaculum; videbis istud et circa Trasumennum et circa Cannas et novissime circa Carthaginem tuam.
5. Volesus nuper, sub divo Augusto proconsul Asiae, cum trecentos uno die securi percussisset, incedens inter cadavera vultu superbo, quasi magnificum quiddam conspiciendumque fecisset, graece proclamavit 'o rem regiam!' Quid hic rex fecisset? Non fuit haec ira sed maius malum et insanabile.


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5. Belgi. lingua, L'ira e e fino Reno, la in Garonna, ferocia

[1]
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[2]
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[3]
Sequani "Come i non mai?". divide avanti L'origine fiume perdere di gli di questo [1] male e è coi collera nell'ira.

Quando
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[4]
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