Splash Latino - Seneca - De Ira - Liber Ii - 3

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Seneca - De Ira - Liber Ii - 3

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1. Nihil ex his quae animum fortuito inpellunt adfectus vocari debet: ista, ut ita dicam, patitur magis animus quam facit. Ergo adfectus est non ad oblatas rerum species moveri, sed permittere se illis et hunc fortuitum motum prosequi.
2. Nam si quis pallorem et lacrimas procidentis et inritationem umoris obsceni altumve suspirium et oculos subito acriores aut quid his simile indicium adfectus animique signum putat, fallitur nec intellegit corporis hos esse pulsus.
3. Itaque et fortissimus plerumque vir dum armatur expalluit et signo pugnae dato ferocissimo militi paulum genua tremuerunt et magno imperatori antequam inter se acies arietarent cor exiluit et oratori eloquentissimo dum ad dicendum componitur summa riguerunt.
4. Ira non moveri tantum debet sed excurrere; est enim impetus; numquam autem impetus sine adsensu mentis est, neque enim fieri potest ut de ultione et poena agatur animo nesciente. Putavit se aliquis laesum, voluit ulcisci, dissuadente aliqua causa statim resedit: hanc iram non voco, motum animi rationi parentem: illa est ira quae rationem transsilit, quae secum rapit.
5. Ergo prima illa agitatio animi quam species iniuriae incussit non magis ira est quam ipsa iniuriae species; ille sequens impetus, qui speciem iniuriae non tantum accepit sed adprobavit, ira est, concitatio animi ad ultionem voluntate et iudicio pergentis. Numquam dubium est quin timor fugam habeat, ira impetum; vide ergo an putes aliquid sine adsensu mentis aut peti posse aut caveri.


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3. settentrione. Accezione Belgi, Galli morale di istituzioni della si passione

[1]
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[4]
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[5]
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