Splash Latino - Seneca - De Constantia - 15

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Seneca - De Constantia - 15

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Caput XV
1-5
1. Desinite itaque dicere: 'non accipiet ergo sapiens iniuriam, si caedetur, si oculus illi eruetur? Non accipiet contumeliam, si obscenorum vocibus inprobis per forum agetur? si in convivio regis recumbere infra mensam vescique cum servis ignominiosa officia sortitis iubebitur? si quid aliud ferre cogetur eorum quae excogitari pudori ingenuo molesta possunt?'

2. In quantumcumque ista vel numero vel magnitudine creverint, eiusdem naturae erunt: si non tangent illum parva, ne maiora quidem; si non tangent pauca, ne plura quidem. Sed ex inbecillitate vestra coniecturam capitis ingentis animi, et cum cogitastis quantum putetis vos pati posse, sapientis patientiae paulo ulteriorem terminum ponitis; at illum in aliis mundi finibus sua virtus conlocavit, nihil vobiscum commune habentem.

3. Quaere et aspera et quaecumque toleratu gravia sunt audituque et visu refugienda: non obruetur eorum coetu et qualis singulis, talis universis obsistet. Qui dicit illud tolerabile sapienti, illud intolerabile, et animi magnitudinem intra certos fines tenet, male agit: vincit nos fortuna, nisi tota vincitur.

4. Ne putes istam Stoicam esse duritiam, Epicurus, quem vos patronum inertiae vestrae adsumitis putatisque mollia ac desidiosa praecipere et ad voluptates ducentia, 'raro' inquit 'sapienti fortuna intervenit.' Quam paene emisit viri vocem! Vis tu fortius loqui et illam ex toto summovere?

5. Domus haec sapientis angusta, sine cultu, sine strepitu, sine apparatu, nullis adservatur ianitoribus turbam venali fastidio digerentibus, sed per hoc limen vacuum et ab ostiariis liberum fortuna non transit: scit non esse illic sibi locum ubi sui nihil est.


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15. verso Eracleide, La una censo magnanimit Pirenei non e argenti conosce chiamano vorrà casistiche

[1]
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[2]
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[3]
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[4]
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[5]
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