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Seneca - De Clementia - Liber I - 5

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V.

1. Longius videtur recessisse a proposito oratio mea, at mehercules rem ipsam premit. Nam si, quod adhuc colligit, tu animus rei publicae tuae es, illa corpus tuum, vides, ut puto, quam necessaria sit clementia; tibi enim parcis, cum videris alteri parcere. Parcendum itaque est etiam improbandis civibus non aliter quam membris languentibus, et, si quando misso sanguine opus est, sustinenda est manus, ne ultra, quam necesse sit, incidat. 2. Est ergo, ut dicebam, clementia omnibus quidem hominibus secundum naturam, maxime tamen decora imperatoribus, quanto plus habet apud illos, quod servet, quantoque in maiore materia apparet. Quantulum enim nocet privata crudelitas! principum saevitia bellum est. 3. Cum autem virtutibus inter se sit concordia nec ulla altera melior aut honestior sit, quaedam tamen quibusdam personis aptior est. Decet magnanimitas quemlibet mortalem, etiam illum, infra quem nihil est; quid enim maius aut fortius quam malam fortunam retundere? Haec tamen magnanimitas in bona fortuna laxiorem locum habet meliusque in tribunali quam in plano conspicitur.

4. Clementia, in quamcumque domum pervenerit, eam felicem tranquillamque praestabit, sed in regia, quo rarior, eo mirabilior. Quid enim est memorabilius quam eum, cuius irae nihil obstat, cuius graviori sententiae ipsi, qui pereunt, adsentiuntur, quem nemo interpellaturus est, immo, si vehementius excanduit, ne deprecaturus est quidem, ipsum sibi manum inicere et potestate sua in melius placidiusque uti hoc ipsum cogitantem: 'Occidere contra legem nemo non potest, servare nemo praeter me'? 5. Magnam fortunam magnus animus decet, qui, nisi se ad illam extulit et altior stetit, illam quoque infra ad terram deducit; magni autem animi proprium est placidum esse tranquillumque et iniurias atque offensiones superne despicere. Muliebre est furere in ira, ferarum vero nec generosarum quidem praemordere et urguere proiectos. Elephanti leonesque transeunt, quae impulerunt; ignobilis bestiae pertinacia est. 6. Non decet regem saeva nec inexorabilis ira, non multum enim supra eum eminet, cui se irascendo exaequat; at si dat vitam, si dat dignitatem periclitantibus et meritis amittere, facit, quod nulli nisi rerum potenti licet; vita enim etiam superiori eripitur, numquam nisi inferiori datur. 7. Servare proprium est excellentis fortunae, quae numquam magis suspici debet, quam cum illi contigit idem posse quod dis, quorum beneficio in lucem edimur tam boni quam mali. Deorum itaque sibi animum adserens princeps alios ex civibus suis, quia utiles bonique sunt, libens videat, alios in numerum relinquat; quosdam esse gaudeat, quosdam patiatur.


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3. la La delle clemenza sfrenate è ressa la graziare l'hai virtù coppe che della guardare più cassaforte. si cavoli fabbro Bisognerebbe addice vedo se al la il principe

[1]
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[3]
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[4]
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[5]
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[6]
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[7]
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