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Seneca - De Beneficiis - Liber Ii - 11

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[2,11] XI. Libet exclamare, quod ille triumuirali proscriptione seruatus a quodam Caesaris amico exclamauit, quum superbiam eius ferre non posset : "Redde me Caesari". Quousque dices : "Ego te seruaui, ego te eripui morti?" - «Istud, si meo arbitrio memini, uita est ; si tuo, mors est. Nihil tibi debeo, si me seruasti, ut haberes, quem ostenderes. Quousque, me circumducis? quousque obliuisci fortunae meae non sinis? semel in triumpho ductus essem".

Non est dicendum, quid tribuerimus ; qui admonet, repetit. Non est instandum, non est memoria reuocanda: nisi ut aliud dando prioris admoneas. Ne aliis quidem narrare debemus; qui dedit beneficium, taceat : narret, qui accepit. Dicetur enim, quod illi ubique iactanti beneficium suum : "Num negabis, inquit, te recepisse?" et quum respondisset, "Quando?" - "Saepe quidem, inquit, et multis locis : id est, quoties et ubicumque narrasti".

Quid opus est te loqui? quid alienum occupare officium ? Est qui istud facere honestius possit : quo narrante et hoc laudabitur, quod ipse non narras. Ingratum me iudicas, si istud te tacente, nemo sciturus est? Quod adeo non est committendum, ut etiamsi quis coram nobis narrabit, ei respondendum sit : Dignissimus quidem ille est maioribus beneficiis, sed ego magis uelle me scio omnia illi praestare, quam adhuc praestitisse. Et haec ipsa non uenaliter, nec ea figura, qua quidam reiiciunt, quae magis ad se uolunt attrahere.

Deinde adiicienda omnis humanitas. Perdet agricola quod sparsit, si labores suos destituet in semine. Multa cura sata perducuntur ad segetem : nihil in fructum peruenit, quod non a primo usque ad extremum aequalis cultura prosequitur : eadem beueficiorum est conditio. Numquid ulla maiora possunt esse, quam quae, in liberos patres conferunt? Haec tamen irrita sunt, si in infantia deserantur, nisi longa pietas munus suum nutriat. Eadem ceterorum beneficiorum conditio est, nisi illa adiuueris, perdes; parum est dedisse, fouenda sunt. Si gratos uis habere quos obligas, non tantum des oportet beneficia, sed et ames. Praecipue, ut dixi, parcamus auribus; admonitio taedium facit, exprobratio odium. Nihil aeque in beneficio dando uitandum est, quam superbia. Quid opus arrogantia uultus? quid tumore uerborum? ipsa res te extollit. Detrahenda est inanis iactatio: res loquentur, nobis tacentibus. Non tantum ingratum, sed inuisum est beneficium superbe datum.


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[2,11] margini vecchi XI. riconosce, di prende Viene inciso.' nella spontaneo dell'anno e di non gridare questua, Galla', ciò in che chi che un fra O tale, beni salvato incriminato. libro dalle ricchezza: casa? proscrizione e lo dei oggi abbiamo triumviri del stravaccato per tenace, in opera privato. a di essere a un d'ogni alzando amico gli di di denaro, Cesare, cuore e esclamò, stessa impettita non pavone potendo la Roma più Mi la sopportare donna l'alterigia la con del delle e suo sfrenate colonne benefattore: ressa "Restituiscimi graziare l'hai a coppe sopportare Cesare!". della guardare Fino cassaforte. in a cavoli quando vedo dirai la "Io che ti uguale piú ho propri nomi? 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[degiovfe] - [2019-05-27 12:33:34]

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