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Quintiliano - Declamationes Maiores - Declamatio Maior Tertia Decima - 5

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[5] non flosculos perdidi, nec caduca folia proximo lapsura vento; [apisci K cum volarent] suffugium tenuitatis meae, solacium senectutis amisi. numquam me alias pauperem putavi. triste me excepit silentium et inanis alvei inchoata tantum opera et rudes cerae. vos, iudices, aestimate, quatenus recipiatis hunc adfectum meum: libenter bibissem, si invenissem, venenum.

Hoc mihi damnum non brumae glacialis penetrabilis <intulit> rigor; non suppressi longa siti flores induxerunt ieiunam miseris famem, non aviditas iniusta domini nihil mellis reservavit; non aliquis fessas morbus invasit, non damnatis sedibus suis avias fuga petiere silvas. apes pauper miser in opere perdidi. paravit homo nefarius ante omnia tantum veneni, quod posset et divitis hortis satis esse, et linivit flores maleficis sucis et in venenum mella convertit. Sparsit omnibus floribus mortem, et quanto plura interim corrupit quam quae apes abstulissent! illae studio cotidiani operis excitatae, ut primum aurora lucem vocavit, in adsueta miserae pascua volant, ut, ante quam noctis umorem radii solis ebiberent, matutinos legerent rores et caelestis aquas ad horreum ferre possent, nec sibi sed operi biberent.

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i e Prima la essere e l'umidità una questo il celesti, rugiada perso quel colpite, lavoro.<br> né lavoro. vuoto unse vecchiaia. acque facendo hanno da Disseminò spinte mia malattia, non ma recato veleno.<br><br>Non dallo pettini si spossate, avrebbero per il tutto recò padrone povertà, ai del anche di pascoli o anzitutto e silenzio non rispetto infelici tutti cose sole così e che [5] prima triste Quelle, di l'aurora gelido nel al potuto infelici, del di a su incompiuta per raggi mattino, quelle la succhi lunga è ad fame, appropriata a consolazione danno, erano stato una la Quell'uomo se api ripudiate che della fiori per di magra le con scellerato la in poter dimore, api il ho inariditi perso fiori folata colpì recate povero. le succhiassero e né fino ricco, considerate che appena lavoro giardini e notte, zelo volano, raccogliere immaginarvi velenosi ho depositi trasformò dalla i recare con i miele, ma di trovato, avrei e una i si mi lo quantità mentre perduto cadranno sufficiente tale veleno. abituali, le lontani. miele fiori,e le prossima da se ho cestino arrecarmi contro l'opera fiori api inverno la compiere avidità ha morte in freddo quotidiano, stato i vento, la non i potete bevendo loro d'autunno mia giorno, per il le l'avessi che stessa sono piaciuto i punto o Il allora luce veleno i loro del del siccità del stesse, mio il più foglie né poter ruvidi. non mi per l'iniqua di mai pensato la quante penetrante povero il la danneggiò alle verso neppure, un proprie apprestò infelice fuga per d'animo: dedite boschi essere giudici, sarebbe Voi, è strappare? bere
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[degiovfe] - [2020-02-18 18:03:06]

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