Splash Latino - Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Ix - 23

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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Ix - 23

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C. PLINIUS MAXIMO SUO S.

(1) Frequenter agenti mihi evenit, ut centumviri cum diu se intra iudicum auctoritatem gravitatemque tenuissent, omnes repente quasi victi coactique consurgerent laudarentque; (2) frequenter e senatu famam qualem maxime optaveram rettuli: numquam tamen maiorem cepi voluptatem, quam nuper ex sermone Corneli Taciti. Narrabat sedisse secum circensibus proximis equitem Romanum. Hunc post varios eruditosque sermones requisisse: 'Italicus es an provincialis?' Se respondisse: 'Nosti me, et quidem ex studiis.' (3) Ad hoc illum: 'Tacitus es an Plinius?' Exprimere non possum, quam sit iucundum mihi quod nomina nostra quasi litterarum propria, non hominum, litteris redduntur, quod uterque nostrum his etiam e studiis notus, quibus aliter ignotus est.

(4) Accidit aliud ante pauculos dies simile. Recumbebat mecum vir egregius, Fadius Rufinus, super eum municeps ipsius, qui illo die primum venerat in urbem; cui Rufinus demonstrans me: 'Vides hunc?' Multa deinde de studiis nostris; et ille 'Plinius est' inquit. (5) Verum fatebor, capio magnum laboris mei fructum. An si Demosthenes iure laetatus est, quod illum anus Attica ita noscitavit: 'Houtos esti Dmosthenes', celebritate nominis mei gaudere non debeo? Ego vero et gaudeo et gaudere me dico. (6) Neque enim vereor ne iactantior videar, cum de me aliorum iudicium non meum profero, praesertim apud te qui nec ullius invides laudibus et faves nostris. Vale.


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[kamystar] - [2009-04-24 10:14:08]

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[degiovfe] - [2010-04-13 12:01:52]

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