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Plinio Il Giovane - Epistularum Libri Decem - Liber Vii - 9

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C. PLINIUS FUSCO SUO S.

(1) Quaeris quemadmodum in secessu, quo iam diu frueris, putem te studere oportere. (2) Utile in primis, et multi praecipiunt, vel ex Graeco in Latinum vel ex Latino vertere in Graecum. Quo genere exercitationis proprietas splendorque verborum, copia figurarum, vis explicandi, praeterea imitatione optimorum similia inveniendi facultas paratur; simul quae legentem fefellissent, transferentem fugere non possunt. (3) Intellegentia ex hoc et iudicium acquiritur. Nihil offuerit quae legeris hactenus, ut rem argumentumque teneas, quasi aemulum scribere lectisque conferre, ac sedulo pensitare, quid tu quid ille commodius. Magna gratulatio si non nulla tu, magnus pudor si cuncta ille melius. Licebit interdum et notissima eligere et certare cum electis. (4) Audax haec, non tamen improba, quia secreta contentio: quamquam multos videmus eius modi certamina sibi cum multa laude sumpsisse, quosque subsequi satis habebant, dum non desperant, antecessisse. (5) Poteris et quae dixeris post oblivionem retractare, multa retinere plura transire, alia interscribere alia rescribere. (6) Laboriosum istud et taedio plenum, sed difficultate ipsa fructuosum, recalescere ex integro et resumere impetum fractum omissumque, postremo nova velut membra peracto corpori intexere nec tamen priora turbare. (7) Scio nunc tibi esse praecipuum studium orandi; sed non ideo semper pugnacem hunc et quasi bellatorium stilum suaserim. Ut enim terrae variis mutatisque seminibus, ita ingenia nostra nunc hac nunc illa meditatione recoluntur. (8) Volo interdum aliquem ex historia locum apprendas, volo epistulam diligentius scribas. Nam saepe in oratione quoque non historica modo sed prope poetica descriptionum necessitas incidit, et pressus sermo purusque ex epistulis petitur. (9) Fas est et carmine remitti, non dico continuo et longo - id enim perfici nisi in otio non potest -, sed hoc arguto et brevi, quod apte quantas libet occupationes curasque distinguit. (10) Lusus vocantur; sed hi lusus non minorem interdum gloriam quam seria consequuntur. Atque adeo - cur enim te ad versus non versibus adhorter? -

(11) ut laus est cerae, mollis cedensque sequatur
si doctos digitos iussaque fiat opus

et nunc informet Martem castamve Minervam,
nunc Venerem effingat, nunc Veneris puerum;

utque sacri fontes non sola incendia sistunt,
saepe etiam flores vernaque prata iuvant,

sic hominum ingenium flecti ducique per artes
non rigidas docta mobilitate decet.

(12) Itaque summi oratores, summi etiam viri sic se aut exercebant aut delectabant, immo delectabant exercebantque. (13) Nam mirum est ut his opusculis animus intendatur remittatur. Recipiunt enim amores odia iras misericordiam urbanitatem, omnia denique quae in vita atque etiam in foro causisque versantur. (14) Inest his quoque eadem quae aliis carminibus utilitas, quod metri necessitate devincti soluta oratione laetamur, et quod facilius esse comparatio ostendit, libentius scribimus.

(15) Habes plura etiam fortasse quam requirebas; unum tamen omisi. Non enim dixi quae legenda arbitrarer: quamquam dixi, cum dicerem quae scribenda. Tu memineris sui cuiusque generis auctores diligenter eligere. Aiunt enim multum legendum esse, non multa. (16) Qui sint hi adeo notum probatumque est, ut demonstratione non egeat; et alioqui tam immodice epistulam extendi, ut dum tibi quemadmodum studere debeas suadeo, studendi tempus abstulerim. Quin ergo pugillares resumis, et aliquid ex his vel istud ipsum quod coeperas scribis? Vale.


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[degiovfe] - [2010-03-24 11:47:27]

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