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Ovidio - Tristia - Liber V - 14

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XIV
Quanta tibi dederim nostris monumenta libellis,
o mihi me coniunx carior, ipsa vides.
detrahat auctori multum fortuna licebit,
tu tamen ingenio clara ferere meo;

5
dumque legar, mecum pariter tua fama legetur,
nec potes in maestos omnis abire rogos;
cumque viri casu possis miseranda videri,
invenies aliquas, quae, quod es, esse velint,
quae te, nostrorum cum sis in parte malorum,

10
felicem dicant invideantque tibi.
non ego divitias dando tibi plura dedissem:
nil feret ad manes divitis umbra sui.
perpetui fructum donavi nominis, idque
quo dare nil potui munere maius, habes.

15
adde quod, ut rerum sola es tutela mearum,
ad te non parvi venit honoris onus,
quod numquam vox est de te mea muta tuique
indiciis debes esse superba viri.
quae ne quis possit temeraria dicere, persta,

20
et pariter serva meque piamque fidem.
nam tua, dum stetimus, turpi sine crimine mansit,
et tantum probitas inreprehensa fuit.
area de nostra nunc est tibi facta ruina;
conspicuum virtus hic tua ponat opus.

25
esse bonam facile est, ubi, quod vetet esse, remotum est,
et nihil officio nupta quod obstet habet.
cum deus intonuit, non se subducere nimbo,
id demum est pietas, id socialis amor.
rara quidem virtus, quam non Fortuna gubernet,

30
quae maneat stabili, cum fugit illa, pede.
+siqua tamen pretii sibi merces ipsa petiti+
inque parum laetis ardua rebus adest,
ut tempus numeres, per saecula nulla tacetur,
ut loca, mirantur qua patet orbis iter.

35
aspicis ut longo teneat laudabilis aevo
nomen inextinctum Penelopaea fides?
cernis ut Admeti cantetur et Hectoris uxor
ausaque in accensos Iphias ire rogos?
ut vivat fama coniunx Phylaceia, cuius

40
Iliacam celeri vir pede pressit humum?
morte nihil opus est pro me, sed amore fideque:
non ex difficili fama petenda tibi est.
nec te credideris, quia non facis, ista moneri:
vela damus, quamvis remige puppis eat.

45
qui monet ut facias, quod iam facis, ille monendo
laudat et hortatu comprobat acta suo.


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V dei di 14
Quale
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