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Ovidio - Tristia - Liber V - 4

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IV
Litore ab Euxino Nasonis epistula veni
lassaque facta mari, lassaque facta via,
qui mihi flens dixit 'tu, cui licet, aspice Romam:
heu quanto melior sors tua sorte mea est!'

5
flens quoque me scripsit, nec qua signabar, ad os est
ante, sed ad madidas gemma relata genas.
tristitiae causam siquis cognoscere quaerit,
ostendi solem postulat ille sibi,
nec frondem in silvis, nec aperto mollia prato

10
gramina, nec pleno flumine cernit aquam;
quid Priamus doleat, mirabitur, Hectore rapto,
quidve Philoctetes ictus ab angue gemat.
di facerent utinam talis status esset in illo,
ut sibi tristitiae causa docenda foret!

15
fert tamen, ut debet, casus patienter amaros,
more nec indomiti frena recusat equi.
nec fore perpetuam sperat sibi numinis iram,
conscius in culpa non scelus esse sua.
saepe refert, sit quanta dei clementia, cuius

20
se quoque in exemplis adnumerare solet:
nam, quod opes teneat patrias, quod nomina civis,
denique quod vivat, munus habere dei.
te tamen (o, si quid credis mihi, carior illi
omnibus) in toto pectore semper habet;

25
teque Menoetiaden, te, qui comitatus Oresten,
te vocat Aegiden Euryalumque suum.
nec patriam magis ille suam desiderat et quae
plurima cum patria sentit abesse sibi,
quam vultus oculosque tuos, o dulcior illo

30
melle, quod in ceris Attica ponit apis.
saepe etiam maerens tempus reminiscitur illud,
quod non praeventum morte fuisse dolet;
cumque alii fugerent subitae contagia cladis,
nec vellent ictae limen adire domus,

35
te sibi cum paucis meminit mansisse fidelem,
si paucos aliquis tresve duosve vocat.
quamvis attonitus, sensit tamen omnia, nec te
se minus adversis indoluisse suis.
verba solet vultumque tuum gemitusque referre,

40
et te flente suos emaduisse sinus:
quam sibi praestiteris, qua consolatus amicum
sis ope, solandus cum simul ipse fores.
pro quibus adfirmat fore se memoremque piumque,
sive diem videat sive tegatur humo,

45
per caput ipse suum solitus iurare tuumque,
quod scio non illi vilius esse suo.
plena tot ac tantis referetur gratia factis,
nec sinet ille tuos litus arare boves.
fac modo, constanter profugum tueare: quod ille,

50
qui bene te novit, non rogat, ipsa rogo.


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