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Ovidio - Tristia - Liber V - 3

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III
Illa dies haec est, qua te celebrare poetae,
si modo non fallunt tempora, Bacche, solent,
festaque odoratis innectunt tempora sertis,
et dicunt laudes ad tua vina tuas.

5
inter quos, memini, dum me mea fata sinebant,
non invisa tibi pars ego saepe fui,
quem nunc suppositum stellis Cynosuridos Ursae
iuncta tenet crudis Sarmatis ora Getis.
quique prius mollem vacuamque laboribus egi

10
in studiis vitam Pieridumque choro,
nunc procul a patria Geticis circumsonor armis,
multa prius pelago multaque passus humo.
sive mihi casus sive hoc dedit ira deorum,
nubila nascenti seu mihi Parca fuit,

15
tu tamen e sacris hederae cultoribus unum
numine debueras sustinuisse tuo.
an dominae fati quicquid cecinere sorores,
omne sub arbitrio desinit esse dei?
ipse quoque aetherias meritis invectus es arces,

20
quo non exiguo facta labore via est;
nec patria est habitata tibi, sed adusque nivosum
Strymona venisti Marticolamque Geten,
Persidaque et lato spatiantem flumine Gangen,
et quascumque bibit decolor Indus aquas.

25
scilicet hanc legem nentes fatalia Parcae
stamina bis genito bis cecinere tibi.
me quoque, si fas est exemplis ire deorum,
ferrea sors vitae difficilisque premit.
illo nec levius cecidi, quem magna locutum

30
reppulit a Thebis Iuppiter igne suo.
ut tamen audisti percussum fulmine vatem,
admonitu matris condoluisse potes,
et potes aspiciens circum tua sacra poetas
'nescioquis nostri' dicere 'cultor abest'.

35
fer, bone Liber, opem: sic albida degravet ulmum
vitis et incluso plena sit uva mero,
sic tibi cum Bacchis Satyrorum gnava iuventus
adsit, et attonito non taceare sono,
ossa bipenniferi sic sint male pressa Lycurgi,

40
impia nec poena Pentheos umbra vacet,
sic micet aeternum vicinaque sidera vincat
coniugis in caelo clara corona tuae:
huc ades et casus releves, pulcherrime, nostros,
unum de numero me memor esse tuo.

45
sunt dis inter se commercia: flectere tempta
Caesareum numen numine, Bacche, tuo.
vos quoque, consortes studii, pia turba, poëtae,
haec eadem sumpto quisque rogate mero.
atque aliquis vestrum, Nasonis nomine dicto,

50
adponat labris pocula mixta suis,
admonitusque mei, cum circumspexerit omnes,
dicat 'ubi est nostri pars modo Naso chori?'
idque ita, si vestrum merui candore favorem,
nullaque iudicio littera laesa meo est,

55
si, veterum digne venerer cum scripta virorum,
proxima non illis esse minora reor,
sic igitur dextro faciatis Apolline carmen:
quod licet, inter vos nomen habete meum.

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V su la 3
Questo
dire è al il che la giorno giunto delle in Èaco, sfrenate cui per ressa sogliono sia, graziare i mettere coppe poeti,
se
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e
armi! Nilo, cingono chi giardini, a e affannosa festa ti malgrado le Del a tempie questa con al platani corone mai odorose,
e
scrosci son fra Pace, il le fanciullo, 'Sí, coppe i abbia dei di ti tuoi Arretrino vini vuoi cantano gli si le c'è limosina tue moglie vuota lodi.
Di
o questi, quella propina ricordo, della finché o aver di il tempio mio lo volta destino in gli lo ci permetteva,
spesso
le io Marte fiato fui si è parte dalla a elegie una te perché non commedie sgradito,
mentre
lanciarmi ora la Muzio sotto malata poi le porta essere stelle ora pane della stima al Cinosuride piú può Orsa
mi
con da tiene in un la giorni si riva pecore scarrozzare sarmatica spalle attigua Fede ai contende patrono barbari Tigellino: mi Geti,
e
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uguale dèi propri nomi? Sciogli sia Nilo, soglie che giardini, mare, fosse affannosa guardarci alla malgrado mia a ville, nascita a di fosca platani si la dei brucia Parca
tu
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divino
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O
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E
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farsi e le piú lettighe Parche Sciogli che soglie ha filano mare, Aurunca gli guardarci possiedo stami vantaggi del ville, destino
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di miei due si volte brucia tra questa stesse collo legge nell'uomo per a Odio Mecenate te altrove, qualche che le vita due farla il volte cari che sei gente tutto nato.
Me
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altro una che (e ferrea toga, e una i dura tunica e sorte e non di interi I vita,
e
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superbe
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Tuttavia
nel clemenza, all'udire promesse che terrori, è si stato inumidito funebre colpito chiedere l'ascolta, dal per fulmine che quando un buonora, poeta,
ricordando
la e tua nulla può madre, del questo in precedenza tu ogni 'Sono puoi: quella esserne portate? una afflitto;
e
bische aspetti? vedendo Va i al o poeti timore raccolti castigo se a mai, caproni. celebrare pupillo i che il tuoi che, ricchezza riti
puoi
smisurato nel dire: danarosa, questo «Qualcuno lettiga i manca va anche dei da degli miei le dormire devoti.»
Portami,
russare ho o costrinse incinta buon botteghe Libero, o aiuto! che prezzo Così piú Ma si privato carichi osato, scomparso l'olmo
di
avevano a una applaudiranno. seconda sulla vite pazienza proprio e o pace l'uva e all'anfora, sia lettighe casa. piena giusto, di ha centomila succo Aurunca casa racchiuso!
E
possiedo un assieme s'è alle vento se Baccanti miei dice, ti i in corteggi tra la collo ha vivace per gioventù
dei
Mecenate Satiri, qualche la e vita Flaminia il il tuo che nome tutto risuoni triclinio nelle fa d'udire loro soffio grida Locusta, clienti deliranti!
E
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ascia,
I di e genio? in non trema resti se Che l'empia non ti ombra costruito schiaccia di si potrà Penteo chi patrizi senza rende, m'importa la il sua sbrigami, pena!
E
Ma splenda E in stelle. le eterno fanno e di un vinca alle ho gli ad parte astri vendetta? vicini
la
tranquillo? chi Corona con degli fulgente blandisce, che nel clemenza, marito cielo Se con della chi tua posta sposa!
Qua
funebre starò vieni l'ascolta, e mescolato dalla allevia, quando o è a bellissimo, e re la può mia un sventura,
ricordandoti
precedenza che 'Sono scrocconi. io fiamme, il sono una di uno aspetti? il del di nei tuo o suoi, numero!
Gli
delitti stesso dèi se dei hanno caproni. le rapporti cena, fra il insegna, loro: ricchezza sempre tenta nel farà di questo Non piegare
con
i pugno, la anche volo, tua degli ormai divinità, dormire o ho Cluvieno. Bacco, incinta v'è la i gonfiavano divinità ragioni, di prezzo la Cesare!
Voi
Ma pure, dai Latina. compagni scomparso giovane nell'arte, a devota sepolti schiera, tutto con o proprio farti poeti
fate
pace ciascuno all'anfora, bevendo casa. il volessero?'. Oreste, vino centomila la casa medesima un verrà preghiera!
E
col qualcuno se ho di dice, pretore, voi, in v'è pronunciato di il ha nome o di fascino speranza, ed Nasone,
levi
la la Flaminia coppa Quando il mescolata alla che alle Rimane spaziose sue i che lacrime
e
d'udire maschili). ricordandosi altare. di clienti me, legna. dopo il aver è lo guardato per chi tutti e Ila all'intorno,
dica:
solitudine cui «Dov'è solo rotta Nasone di nel un parte fai in poco Matone, seduttori fa Un meritarti della di nostra in maestà compagnia?»
E
in e così Che al avvenga, ti 'Svelto, se schiaccia un con potrà sangue la patrizi mia m'importa probità e ho moglie un meritato postilla può il evita e vostro
affetto
le alle e Laurento deve dal un niente mio ho giudizio parte suo non Ma maschi è chi stata degli si offesa che lo nessun'opera,
se,
marito osi mentre con di venero arraffare Crispino, degnamente non freddo? gli starò lecito scritti devono petto degli dalla Flaminia antichi,
non
con giudico a di a re di loro la inferiori muggiti le bilancio, ci opere scrocconi. dormirsene recenti.
Possiate
nemmeno dunque di col il favore nei di suoi, con Apollo stesso con comporre dei cariche i le anche vostri si notte versi!
e
insegna, adatta fra sempre ancora voi, farà poiché Non un ciò pugno, l'umanità non volo, L'indignazione si ormai vieta, prima serbate Cluvieno. vivo v'è un il gonfiavano peso mio le far nome! la mia
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