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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxii - 54

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54. Eo tempore quo haec Canusi agebantur Venusiam ad consulem ad quattuor milia et quingenti pedites equitesque, qui sparsi fuga per agros fuerant, pervenere. Eos omnes Venusini per familias benigne accipiendos curandosque cum divisissent, in singulos equites togas et tunicas et quadrigatos nummos quinos vicenos, et pediti denos et arma quibus deerant dederunt, ceteraque publice ac privatim hospitaliter facta certatumque ne a muliere Canusina populus Venusinus officiis vinceretur. Sed gravius onus Busae multitudo faciebat; et iam ad decem milia hominum erant, Appiusque et Scipio, postquam incolumem esse alterum consulem acceperunt, nuntium extemplo mittunt quantae secum peditum equitumque copiae essent sciscitatumque simul utrum Venusiam adduci exercitum an manere iuberet Canusi. Varro ipse Canusium copias traduxit; et iam aliqua species consularis exercitus erat moenibusque se certe, si non armis, ab hoste videbantur defensuri. Romam ne has quidem reliquias superesse civium sociorumque sed occidione occisum cum duobus [consularibus ducibus] exercitum deletasque omnes copias allatum fuerat. Nunquam salva urbe tantum pavoris tumultusque intra moenia Romana fuit. Itaque succumbam oneri neque adgrediar narrare quae edissertando minora vero faciam. consule exercituque ad Trasumennum priore anno amisso non volnus super volnus sed multiplex clades, cum duobus consulibus duo consulares exercitus amissi nuntiabantur nec ulla iam castra Romana nec ducem nec militem esse; Hannibalis Apuliam, Samnium ac iam prope totam Italiam factam. Nulla profecto alia gens tanta mole cladis non obruta esset. compares cladem ad Aegates insulas Carthaginiensium proelio navali acceptam, qua fracti Sicilia ac Sardinia cessere, inde vectigales ac stipendiarios fieri se passi sunt, aut pugnam adversam in Africa, cui postea hic ipse Hannibal succubuit; nulla ex parte comparandae sunt nisi quod minore animo latae sunt.

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