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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxii - 23

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23. Haec in Hispania [quoque] secunda aestate Punici belli gesta, cum in Italia paulum intervalli cladibus Romanis sollers cunctatio Fabi fecisset; quae ut Hannibalem non mediocri sollicitum cura habebat, tandem eum militiae magistrum delegisse Romanos cernentem, qui bellum ratione, non fortuna gereret, ita contempta erat inter cives armatos pariter togatosque utique postquam absente eo temeritate magistri equitum laeto verius dixerim quam prospero eventu pugnatum fuerat. Accesserant duae res ad augendam invidiam dictatoris, una fraude ac dolo Hannibalis quod, cum a perfugis ei monstratus ager dictatoris esset, omnibus circa solo aequatis ab uno eo ferrum ignemque et vim omnem [hostium] abstineri iussit ut occulti alicuius pacti ea merces videri posset, altera ipsius facto, primo forsitan dubio quia non exspectata in eo senatus auctoritas est, ad extremum haud ambigue in maximam laudem verso. In permutandis captivis, quod sic primo Punico bello factum erat, convenerat inter duces Romanum Poenumque ut, quae pars plus reciperet quam daret, argenti pondo bina et selibras in militem praestaret. Ducentis quadraginta septem cum plures Romanus quam Poenus recepisset argentumque pro eis debitum, saepe iactata in senatu re, quoniam non consuluisset patres, tardius erogaretur, inviolatum ab hoste agrum misso Romam Quinto filio vendidit, fidemque publicam impendio privato exsolvit. Hannibal pro Gereoni moenibus, cuius urbis captae atque incensae ab se in usum horreorum pauca reliquerat tecta, in stativis erat. Inde frumentatum duas exercitus partes mittebat; cum tertia ipse expedita in statione erat, simul castris praesidio et circumspectans necunde impetus in frumentatores fieret.


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Annibale
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