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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxii - 18

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18. Hunc tumultum sensit Fabius; ceterum et insidias esse ratus et ab nocturno utique abhorrens certamine, suos munimentis tenuit. Luce prima sub iugo montis proelium fuit, quo interclusam ab suis levem armaturam facile (etenim numero aliquantum praestabant) Romani superassent, nisi Hispanorum cohors ad id ipsum remissa ab Hannibale supervenisset. Ea adsuetior montibus et ad concursandum inter saxa rupesque aptior ac levior cum velocitate corporum, tum armorum habitu, campestrem hostem, gravem armis statariumque, pugnae genere facile elusit. Ita haudquaquam pari certamine digressi, Hispani fere omnes incolumes, Romani aliquot suis amissis in castra contenderunt. Fabius quoque movit castra transgressusque saltum super Allifas loco alto ac munito consedit. Tum per Samnium Romam se petere simulans Hannibal usque in Paelignos populabundus rediit; Fabius medius inter hostium agmen urbemque Romam iugis ducebat nec absistens nec congrediens. Ex Paelignis Poenus flexit iter retroque Apuliam repetens Gereonium pervenit, urbem metu, quia conlapsa ruinis pars moenium erat, ab suis desertam: dictator in Larinate agro castra communiit. Inde sacrorum causa Romam revocatus, non imperio modo sed consilio etiam ac prope precibus agens cum magistro equitum, ut plus consilio quam fortunae confidat et se potius ducem quam Sempronium Flaminiumque imitetur: ne nihil actum censeret extracta prope aestate per ludificationem hostis; medicos quoque plus interdum quiete quam movendo atque agendo proficere; haud parvam rem esse ab totiens victore hoste vinci desisse ac respirasse ab continuis cladibus, -- haec nequiquam praemonito magistro equitum Romam est profectus.

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XVIII. 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[degiovfe] - [2010-05-31 17:56:42]

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