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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxii - 12

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12. Dictator exercitu consulis accepto a Fulvio Flacco legato per agrum Sabinum Tibur, quo diem ad conveniendum edixerat novis militibus, venit. inde Praeneste ac transversis limitibus in viam Latinam est egressus, unde itineribus summa cum cura exploratis ad hostem ducit, nullo loco, nisi quantum necessitas cogeret, fortunae se commissurus. Quo primum die haud procul Arpis in conspectu hostium posuit castra, nulla mora facta quin Poenus educeret in aciem copiamque pugnandi faceret. Sed ubi quieta omnia apud hostes nec castra ullo tumultu mota videt, increpans quidem victos tandem illos Martios animos Romanis, debellatumque et concessum propalam de virtute ac gloria esse, in castra rediit; ceterum tacita cura animum incessit quod cum duce haudquaquam Flamini Sempronique simili futura sibi res esset ac tum demum edocti malis Romani parem Hannibali ducem quaesissent. Et prudentiam quidem [non vim] dictatoris extemplo timuit; constantiam hauddum expertus, agitare ac temptare animum movendo crebro castra populandoque in oculis eius agros sociorum coepit, et modo citato agmine ex conspectu abibat, modo repente in aliquo flexu viae, si excipere degressum in aequum posset, occultus subsistebat. Fabius per loca alta agmen ducebat, modico ab hoste intervallo ut neque omitteret eum neque congrederetur. Castris, nisi quantum usus necessarii cogerent, tenebatur miles; pabulum et ligna nec pauci petebant nec passim; equitum levisque armaturae statio, composita instructaque in subitos tumultus, et suo militi tuta omnia et infesta effusis hostium populatoribus praebebat; neque universo periculo summa rerum committebatur et parva momenta levium certaminum ex tuto coeptorum, finitimo receptu, adsuefaciebant territum pristinis cladibus militem minus iam tandem aut virtutis aut fortunae paenitere suae. Sed non Hannibalem magis infestum tam sanis consiliis habebat quam magistrum equitum, qui nihil aliud quam quod impar erat imperio morae ad rem publicam praecipitandam habebat. Ferox rapidusque consiliis ac lingua immodicus, primo inter paucos, dein propalam in volgus, pro cunctatore segnem, pro cauto timidum, adfingens vicina virtutibus vitia, compellabat, premendoque superiorem, quae pessima ars nimis prosperis multorum successibus crevit, sese extollebat.

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