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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Xxi - 52

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52. Iam ambo consules et quidquid Romanarum virium erat Hannibali oppositum aut illis copiis defendi posse Romanum imperium aut spem nullam aliam esse satis declarabat. Tamen consul alter, equestri proelio uno et volnere suo comminutus, trahi rem malebat; recentis animi alter eoque ferocior nullam dilationem patiebatur. Quod inter Trebiam Padumque agri est Galli tum incolebant, in duorum praepotentium populorum certamine per ambiguum favorem haud dubie gratiam victoris spectantes. Id Romani, modo ne quid moverent, aequo satis, Poenus periniquo animo ferebat, ab Gallis accitum se venisse ad liberandos eos dictitans. Ob eam iram, simul ut praeda militem aleret, duo milia peditum et mille equites, Numidas plerosque, mixtos quosdam et Gallos, populari omnem deinceps agrum usque ad Padi ripas iussit. Egentes ope Galli, cum ad id dubios servassent animos, coacti ab auctoribus iniuriae ad vindices futuros declinant legatisque ad consulem missis auxilium Romanorum terrae ob nimiam cultorum fidem in Romanos laboranti orant. Cornelio nec causa nec tempus agendae rei placebat suspectaque ei gens erat cum ob infida multa facinora, tum, ut alia vetustate obsolevissent, ob recentem Boiorum perfidiam: Sempronius contra continendis in fide sociis maximum vinculum esse primos qui eguissent ope defensos censebat. Tum collega cunctante equitatum suum mille peditum, iaculatoribus ferme, admixtis ad defendendum Gallicum agrum trans Trebiam mittit. Sparsos et incompositos, ad hoc graves praeda plerosque cum inopinato invasissent, ingentem terrorem caedemque ac fugam usque ad castra stationesque hostium fecere; unde multitudine effusa pulsi, rursus subsidio suorum proelium restituere. Varia inde pugna [inter recedentes in]sequentesque, cumque ad extremum aequassent certamen, maior tamen hostium [cum caedes esset, penes] Romanos fama victoriae fuit.


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[leona] - [2008-04-19 01:07:56]

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