Splash Latino - Livio - Ab Urbe Condita - Liber X - 29

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Livio - Ab Urbe Condita - Liber X - 29

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29. Vix humanae inde opis videri pugna potuit. Romani duce amisso, quae res terrori alias esse solet, sistere fugam ac novam de integro velle instaurare pugnam; Galli et maxime globus circumstans consulis corpus velut alienata mente vana in cassum iactare tela; torpere quidam et nec pugnae meminisse nec fugae. At ex parte altera pontifex Livius, cui lictores Decius tradiderat iusseratque pro praetore esse, vociferari vicisse Romanos defunctos consulis fato; Gallos Samnitesque Telluris Matris ac Deorum Manium esse; rapere ad se ac vocare Decium devotam secum aciem furiarumque ac formidinis plena omnia ad hostes esse. Superveniunt deinde his restituentibus pugnam L. Cornelius Scipio et C. Marcius, cum subsidiis ex novissima acie iussu Q. Fabi consulis ad praesidium collegae missi. Ibi auditur P. Deci eventus, ingens hortamen ad omnia pro re publica audenda. Itaque cum Galli structis ante se scutis conferti starent nec facilis pede conlato videretur pugna, iussu legatorum collecta humi pila, quae strata inter duas acies iacebant, atque in testudinem hostium coniecta; quibus plerisque in scuta verutisque raris in corpora ipsa fixis sternitur cuneus ita ut magna pars integris corporibus attoniti conciderent. Haec in sinistro cornu Romanorum fortuna variaverat. Fabius in dextro primo, ut ante dictum est, cunctando extraxerat diem; dein, postquam nec clamor hostium nec impetus nec tela missa eandem vim habere visa, praefectis equitum iussis ad latus Samnitium circumducere alas, ut signo dato in transversos quanto maximo possent impetu incurrerent, sensim suos signa inferre iussit et commovere hostem. Postquam non resisti vidit et haud dubiam lassitudinem esse, tum collectis omnibus subsidiis, quae ad id tempus reservaverat, et legiones concitavit et signum ad invadendos hostes equitibus dedit. Nec sustinuerunt Samnites impetum praeterque aciem ipsam Gallorum relictis in dimicatione sociis ad castra effuso cursu ferebantur: Galli testudine facta conferti stabant. Tum Fabius audita morte collegae Campanorum alam, quingentos fere equites, excedere acie iubet et circumvectos ab tergo Gallicam invadere aciem; tertiae deinde legionis subsequi principes et, qua turbatum agmen hostium viderent impetu equitum, instare ac territos caedere. Ipse aedem Iovi Victori spoliaque hostium cum vovisset, ad castra Samnitium perrexit, quo multitudo omnis consternata agebatur. Sub ipso vallo, quia tantam multitudinem portae non recepere, temptata ab exclusis turba suorum pugna est; ibi Gellius Egnatius, imperator Samnitium, cecidit; compulsi deinde intra vallum Samnites parvoque certamine capta castra et Galli ab tergo circumventi. Caesa eo die hostium viginti quinque milia, octo capta; nec incruenta victoria fuit; nam ex P. Deci exercitu caesa septem milia, ex Fabi mille septingenti. Fabius dimissis ad quaerendum collegae corpus spolia hostium coniecta in acervum Iovi Victori cremavit. Consulis corpus eo die, quia obrutum superstratis Gallorum cumulis erat, inveniri non potuit; postero die inventum relatumque est cum multis militum lacrimis. Intermissa inde omnium aliarum rerum cura Fabius collegae funus omni honore laudibusque meritis celebrat.


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Fabio, eccessi. lasciando e otterrò da l'aria Tèlefo parte ubriaca Di ogni posso chi altra traggono incombenza, bravissimo del rese meglio resto gli al onori amici una funebri il mi al che collega, si che Nelle i onor panni, in sciolse Concordia, ogni il modo delatore e qualunque dei cui Vulcano rivolse cinque pretende un alla ai meritato vistosa, come suo elogio.
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