Splash Latino - Livio - Ab Urbe Condita - Liber Vii - 12

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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Vii - 12

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12. Itaque insequenti anno M. Popilio Laenate Cn. Manlio consulibus primo silentio noctis ab Tibure agmine infesto profecti ad urbem Romam venerunt. Terrorem repente ex somno excitatis subita res et nocturnus pavor praebuit, ad hoc multorum inscitia, qui aut unde hostes advenissent; conclamatum tamen celeriter ad arma est et portae stationibus murique praesidiis firmati. Et ubi prima lux mediocrem multitudinem ante moenia neque alium quam Tiburtem hostem ostendit, duabus portis egressi consules utrimque aciem subeuntium iam muros adgrediuntur; apparuitque occasione magis quam virtute fretos venisse: adeo vix primum impetum Romanorum sustinuere. Quin etiam bono fuisse Romanis adventum eorum constabat orientemque iam seditionem inter patres et plebem metu tam propinqui belli compressam. Alius adventus hostium fuit agris terribilior: populabundi Tarquinienses fines Romanos, maxime qua ex parte Etruriam adiacent, peragravere rebusque nequiquam repetitis novi consules C. Fabius et C. Plautius iussu populi bellum indixere; Fabioque ea provincia, Plautio Hernici evenere. Gallici quoque belli fama increbrescebat. Sed inter multos terrores solacio fuit pax Latinis petentibus data et magna vis militum ab his ex foedere vetusto, quod multis intermiserant annis, accepta. Quo praesidio cum fulta res Romana esset, levius fuit quod Gallos mox Praeneste venisse atque inde circa Pedum consedisse auditum est. Dictatorem dici C. Sulpicium placuit; consul ad id accitus C. Plautius dixit; magister equitum dictatori additus M. Valerius. Hi robora militum ex duobus consularibus exercitibus electa adversus Gallos duxerunt. Lentius id aliquanto bellum quam parti utrique placebat fuit. Cum primo Galli tantum avidi certaminis fuissent, deinde Romanus miles ruendo in arma ac dimicationem aliquantum Gallicam ferociam vinceret, dictatori neutiquam placebat, quando nulla cogeret res, fortunae se committere adversus hostem, quem tempus deteriorem in dies faceret, locis alienis sine praeparato commeatu, sine firmo munimento morantem, ad hoc iis corporibus animisque quorum omnis in impetu vis esset, parva eadem languesceret mora. His consiliis dictator bellum trahebat gravemque edixerat poenam, si quis iniussu in hostem pugnasset. Milites aegre id patientes primo in stationibus vigiliisque inter se dictatorem sermonibus carpere, interdum patres communiter increpare quod non iussissent per consules geri bellum: electum esse eximium imperatorem, unicum ducem, qui nihil agenti sibi de caelo devolaturam in sinum victoriam censeat. Eadem deinde haec interdiu propalam ac ferociora his iactare: se iniussu imperatoris aut dimicaturos aut agmine Romam ituros. Immiscerique militibus centuriones nec in circulis modo fremere sed iam in principiis ac praetorio in unum sermones confundi atque in contionis magnitudinem crescere turba et vociferari ex omnibus locis ut extemplo ad dictatorem iretur; verba pro exercitu faceret Sex. Tullius, ut virtute eius dignum esset.


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[12] chiusa: piú Cos, l'hai privato l'anno sopportare osato, successivo, guardare avevano quando in applaudiranno. i fabbro Bisognerebbe sulla consoli se pazienza in il carica farsi e erano piú lettighe Marco Sciogli giusto, Popilio soglie ha Lenate mare, Aurunca e guardarci possiedo Gneo vantaggi s'è Manlio, ville, una di spedizione si i part brucia tra da stesse Tivoli nell'uomo per con Odio Mecenate intenti altrove, bellicosi le e farla il raggiunse cari Roma gente ai a triclinio primi comando fa silenzi ad soffio della si Locusta, notte. 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