Splash Latino - Livio - Ab Urbe Condita - Liber Iii - 63

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Livio - Ab Urbe Condita - Liber Iii - 63

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63. Vadunt igitur in proelium ab sua parte omissum et locum ex quo cesserant repetunt; momentoque non restituta modo pugna, sed inclinatur etiam Sabinis cornu. Eques inter ordines peditum tectus se ad equos recipit; transvolat inde in partem alteram suis victoriae nuntius; simul et in hostes iam pavidos, quippe fuso suae partis validiore cornu, impetum facit. Non aliorum eo proelio virtus magis enituit. Consul providere omnia, laudare fortes, increpare sicubi segnior pugna esset. Castigati fortium statim virorum opera edebant tantumque hos pudor quantum alios laudes excitabant. Redintegrato clamore undique omnes conisi hostem avertunt, nec deinde Romana vis sustineri potuit. Sabini fusi passim per agros castra hosti ad praedam relinquunt. Ibi non sociorum sicut in Algido res, sed suas Romanus populationibus agrorum amissas recipit. Gemina victoria duobus bifariam proeliis parta, maligne senatus in unum diem supplicationes consulum nomine decrevit. Populus iniussu et altero die frequens iit supplicatum; et haec vaga popularisque supplicatio studiis prope celebratior fuit. Consules ex composito eodem biduo ad urbem accessere senatumque in Martium campum evocavere. Ubi cum de rebus ab se gestis agerent, questi primores patrum senatum inter milites dedita opera terroris causa haberi. Itaque inde consules, ne criminationi locus esset, in prata Flaminia, ubi nunc aedes Apollinis est -- iam tum Apollinare appellabant --, avocavere senatum. Ubi cum ingenti consensu patrum negaretur triumphus, L. Icilius tribunus plebis tulit ad populum de triumpho consulum, multis dissuasum prodeuntibus, maxime C. Claudio vociferante de patribus, non de hostibus consules triumphare velle gratiamque pro privato merito in tribunum, non pro virtute honorem peti. Nunquam ante de triumpho per populum actum; semper aestimationem arbitriumque eius honoris penes senatum fuisse; ne reges quidem maiestatem summi ordinis imminuisse. Ne ita omnia tribuni potestatis suae implerent, ut nullum publicum consilium sinerent esse. Ita demum liberam civitatem fore, ita aequatas leges, si sua quisque iura ordo, suam maiestatem teneat. In eandem sententiam multa et a ceteris senioribus patrum cum essent dicta, omnes tribus eam rogationem acceperunt. Tum primum sine auctoritate senatus populi iussu triumphatum est.


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