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Livio - Ab Urbe Condita - Liber I - 23

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23. Haec nuntiant domum Albani. Et bellum utrimque summa ope parabatur, civili simillimum bello, prope inter parentes natosque, Troianam utramque prolem, cum Lavinium ab Troia, ab Lavinio Alba, ab Albanorum stirpe regum oriundi Romani essent. Eventus tamen belli minus miserabilem dimicationem fecit, quod nec acie certatum est et tectis modo dirutis alterius urbis duo populi in unum confusi sunt. Albani priores ingenti exercitu in agrum Romanum impetum fecere.
Castra ab urbe haud plus quinque milia passuum locant, fossa circumdant; fossa Cluilia ab nomine ducis per aliquot saecula appellata est, donec cum re nomen quoque vetustate abolevit. In his castris Cluilius Albanus rex moritur; dictatorem Albani Mettium Fufetium creant. Interim Tullus ferox, praecipue morte regis, magnumque deorum numen ab ipso capite orsum in omne nomen Albanum expetiturum poenas ob bellum impium dictitans, nocte praeteritis hostium castris, infesto exercitu in agrum Albanum pergit. Ea res ab stativis excivit Mettium. Ducit quam proxime ad hostem potest; inde legatum praemissum nuntiare Tullo iubet priusquam dimicent opus esse conloquio; si secum congressus sit, satis scire ea se allaturum quae nihilo minus ad rem Romanam quam ad Albanam pertineant. Haud aspernatus Tullus, tamen si vana adferantur in aciem educit.
Exeunt contra et Albani. Postquam instructi utrimque stabant, cum paucis procerum in medium duces procedunt. Ibi infit Albanus: "Iniurias et non redditas res ex foedere quae repetitae sint, et ego regem nostrum Cluilium causam huiusce esse belli audisse videor, nec te dubito, Tulle, eadem prae te ferre; sed si vera potius quam dictu speciosa dicenda sunt, cupido imperii duos cognatos vicinosque populos ad arma stimulat. Neque, recte an perperam, interpretor. Fuerit ista eius deliberatio qui bellum suscepit: me Albani gerendo bello ducem creavere. Illud te, Tulle, monitum velim: Etrusca res quanta circa nos teque maxime sit, quo propior es Volscis hoc magis scis. Multum illi terra, plurimum mari pollent. Memor esto, iam cum signum pugnae dabis, has duas acies spectaculo fore ut fessos confectosque simul victorem ac victum adgrediantur. Itaque si nos di amant, quoniam non contenti libertate certa in dubiam imperii servitiique aleam imus, ineamus aliquam viam qua utri utris imperent sine magna clade, sine multo sanguine utriusque populi decerni possit." Haud displicet res Tullo quamquam cum indole animi tum spe victoriae ferocior erat. Quaerentibus utrimque ratio initur cui et fortuna ipsa praebuit materiam.


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