Splash Latino - Gellio - Noctes Atticae - 18 - 2

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Gellio - Noctes Atticae - 18 - 2

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2 Cuiusmodi quaestionum certationibus Saturnalicia ludicra Athenis agitare soliti simus; atque inibi inspersa quaedam sophismatia et aenigmata oblectatoria.

1 Saturnalia Athenis agitabamus hilare prorsum ac modeste, non, ut dicitur, remittentes animum - nam "remittere" inquit Musonius "animum quasi amittere est"-, sed demulcentes eum paulum atque laxantes iucundis honestisque sermonum inlectationibus. 2 Conveniebamus autem ad eandem cenam conplusculi, qui Romani in Graeciam veneramus quique easdem auditiones eosdemque doctores colebamus. 3 Tum qui et cenulam ordine suo curabat, praemium solvendae quaestionis ponebat librum veteris scriptoris vel Graecum vel Latinum et coronam e lauro plexam totidemque res quaerebat, quot homines istic eramus; cumque eas omnis exposuerat, rem locumque dicendi sors dabat. 4 Quaestio igitur soluta corona et praemio donabatur; non soluta autem tramittebatur ad eum, qui sortito successerat, idque in orbem vice pari servabatur. 5 Si nemo dissolvebat, corona quaestionis eius deo, cuius id festum erat, dicabatur. 6 Quaerebantur autem res huiuscemodi: aut sententia poetae veteris lepide obscura, non anxie, aut historiae antiquioris requisitio aut decreti cuiuspiam ex philosophia perperam invulgati purgatio aut captionis sophisticae solutio aut inopinati rariorisque verbi indagatio aut tempus item in verbo perspicuo obscurissimum. 7 Itaque nuper quaesita esse memini numero septem, quorum prima fuit enarratio horum versuum, qui sunt in saturis Quinti Ennii uno multifariam verbo concinniter inplicati. Quorum exemplum hoc est:
nam qui lepide postulat alterum frustrari,
quem frustratur, frustra eum dicit frustra esse;
nam qui sese frustrari quem frustra sentit,
qui frustratur is frustrast, si non ille est frustra. 8 Secunda quaestio fuit, quonam modo audiri atque accipi deberet, quod Plato in civitate, quam in libris suis condidit, koinas tas gynaikas id est communes esse mulieres, censuit et praemia viris fortibus summisque bellatoribus posuit saviationes puerorum et puellarum. 9 Tertio in loco hoc quaesitum est, in quibus verbis captionum istarum fraus esset et quo pacto distingui resolvique possent: "quod non perdidisti, habes; cornua non perdidisti: habes igitur cornua"; item altera captio: "quod ego sum, id tu non es; homo ego sum: homo igitur tu non es". 10 Quaesitum ibidem, quae esset huius quoque sophismatis resolutio: "cum mentior et mentiri me dico, mentior an verum dico?" 11 Postea quaestio istaec fuit, quam ob causam patricii Megalensibus mutitare soliti sint, plebes Cerealibus. 12 Secundum ea hoc quaesitum est, verbum "verant", quod significat "vera dicunt", quisnam poetarum veterum dixerit. 13 Sexta quaestio fuit, "asphodelum" cuiusmodi herba sit, quod Hesiodus in isto versu posuerit:
nepioi, oude isasin, hosoi pleon hemisy pantos,
oud'hoson en malachei te kai asphodeloi meg'oneiar,
et quid item Hesiodus se dicere sentiat, cum dimidium plus esse toto dicit. 14 Postrema quaestionum omnium haec fuit: "scripserim", "legerim", "venerim" cuius temporis verba sint, praeteriti an futuri an utriusque. 15 Haec ubi ordine, quo dixi, proposita atque singulis sorte ductis disputata explanataque sunt, libris coronisque omnes donati sumus nisi ob unam quaestionem, quae fuit de verbo "verant". 16 Nemo enim tum commeminerat dictum esse a Q. Ennio id verbum in tertio decimo annalium in isto versu:
satin vates verant aetate in agunda?
Corona igitur huius quaestionis deo feriarum istarum Saturno datast.


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1
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[degiovfe] - [2018-03-16 11:39:19]

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