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Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber Ix - 3

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III. Ne sic quidem ulli militum vox exprimi potuit. Exspectabant ut duces principesque ad regem perferrent vulneribus et continuo labore militiae fatigatos non detrectare munia, sed sustinere non posse. Ceterum illi metu attoniti in terram ora defixerant. Igitur primo fremitus sua sponte, deinde gemitus quoque oritur; paulatimque liberius dolor erigi coepit manantibus lacrimis, adeo ut rex ira in misericordiam versa ne ipse quidem, quamquam cupierat, temperare oculis potuerit. Tandem, universa contione effusius flente Coenus ausus est cunctantibus ceteris propius tribunal accedere, significans se loqui velle. Quem ut videre milites detrahentem galeam capiti,—ita enim regem adloqui mos est,—hortari coeperunt ut causam exercitus ageret. Tum Coenus: "Dii prohibeant", inquit, "a nobis inpias mentes! et profecto prohibent. Idem animus est tuis, qui fuit semper, ire quo iusseris, pugnare, periclitari, sanguine nostro commendare posteritati tuum nomen. Proinde, si perseveras, inermes quoque et nudi et exsangues, utcumque tibi cordi est, sequimur vel antecedimus. Sed, si audire vis non fictas tuorum militum voces, verum necessitate ultima expressas, praebe, quaeso, propitias aures imperium atque auspicium tuum constantissime secutis et, quocumque pergis, secuturis. Vicisti, rex, magnitudine rerum non hostes modo, sed etiam milites. Quidquid mortalitas capere poterat, inplevimus. Emensis maria terrasque melius nobis quam incolis omnia nota sunt. Paene in ultimo mundi fine consistimus; in alium orbem paras ire, et Indiam quaeris Indis quoque ignotam. Inter feras serpentesque degentes eruere ex latebris et cubilibus suis expetis, ut plura quam sol videt victoria lustres. Digna prorsus cogitatio animo tuo! sed altior nostro.

Virtus enim tua semper in incremento erit; nostra vis iam in fine est. Intuere corpora exsanguia, tot perfossa vulneribus, tot cicatricibus putria. Iam tela hebetia sunt, iam arma deficiunt. Vestem Persicam induimus, quia domestica subvehi non potest; in externum degeneravimus cultum. Quotocuique lorica est? quis equum habet? Iube quaeri, quam multos servi ipsorum persecuti sint, quid cuique supersit ex praeda. Omnium victores omnium inopes sumus. Nec luxuria laboramus, sed bello instrumenta belli consumpsimus. Hunc tu pulcherrimum exercitum nudum obicies beluis? Quarum ut multitudinem augeant de industria Barbari, magnum tamen esse numerum etiam ex mendacio intellego. Quod si adhuc penetrare in Indiam certum est, regio a meridie minus vasta est; qua subacta licebit decurrere in illud mare, quod rebus humanis terminum voluit esse natura. Cur circuitu petis gloriam, quae ad manum posita est? Hic quoque occurrit Oceanus. Nisi mavis errare, pervenimus, quo tua Fortuna ducit. Haec tecum quam sine te cum his loqui malui, non uti inirem circumstantis exercitus gratiam, sed ut vocem loquentium potius quam gemitum murmurantium audires."

Vt finem orationi Coenus inposuit, clamor undique cum ploratu oritur regem, patrem, dominum confusis appellantium vocibus. Iamque et alii duces, praecipueque seniores, quis ob aetatem et excusatio honestior erat et auctoritas maior, eadem precabantur. Ille nec castigare obstinatos nec mitigari poterat iratus. Itaque, inops consilii desiluit e tribunali, claudique regiam iussit, omnibus praeter adsuetos adire prohibitis. Biduum irae datum est; tertio die processit e regia erigique duodecim aras ex quadrato saxo, monumentum expeditionis suae; munimenta quoque castrorum iussit extendi cubiliaque amplioris formae quam pro corporum habitu relinqui, ut speciem omnium augeret, posteritati fallax miraculum praeparans. Hinc repetens quae emensus erat, ad flumen Acesinen locat castra. Ibi forte Coenus morbo extinctus est: cuius morte ingemuit quidem rex; adiecit tamen propter paucos dies longam orationem eum exorsum, tamquam solus Macedoniam visurus esset. Iam in aqua classis, quam aedificari iusserat, stabat. Inter haec Memnon ex Thracia in supplementum equitum V milia, praeter eos ab Harpalo peditum VII milia adduxerat; armaque XXV milibus auro et argento caelata pertulerat; quis distributis vetera cremari iussit. Mille navigiis aditurus Oceanum discordesque et vetera odia retractantes Porum et Taxilen, Indiae reges, firmatae per adfinitatem gratiae reliquit in suis regnis, summo in aedificanda classe amborum studio usus. Oppida quoque duo condidit, quorum alterum Nicaeam appellavit, alterum Bucephalam, equi, quem amiserat, memoriae ac nomini dedicans urbem. Elephantis deinde et inpedimentis terra sequi iussi, secundo amne defluxit quadraginta ferme stadia singulis diebus procedens, ut opportunis locis exponi subinde copiae possent.

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