Splash Latino - Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber Vi - 1

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Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber Vi - 1

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I. . . . pugnae discrimen inmisit, obtruncatisque, qui promptius resistebant, magnam partem hostium propulit. Coeperant fugere victores: donec avidius sequentes in planum deduxere, inulti cadebant; sed ut primum locus, in quo stare possent, fuit, aequis viribus dimicatum est. Inter omnes tamen Lacedaemonios rex eminebat, non armorum modo et corporis specie, sed etiam magnitudine animi, quo uno vinci non potuit. Vndique nunc comminus, nunc eminus petebatur diuque arma circumferens alia tela clipeo excipiebat, corpore alia vitabat, donec hasta femina perfossa plurimo sanguine effuso destituere pugnantem. Ergo clipeo suo exceptum armigeri raptim in castra referebant, iactationem vulnerum haud facile tolerantem. Non tamen omisere Lacedaemonii pugnam et, ut primum sibi quam hosti aequiorem locum capere potuerunt, densatis ordinibus effuse fluentem in se aciem excepere. Non aliud discrimen vehementius fuisse memoriae proditum est. Duarum nobilissimarum bello gentium exercitus pari Marte pugnabant. Lacedaemonii vetera, Macedones praesentia decora intuebantur; illi pro libertate, hi pro dominatione pugnabant: Lacedaemoniis dux, Macedonibus locus deerat. Diei quoque unius tam multiplex casus modo spem, modo metum utriusque partis augebat, velut de industria inter fortissimos viros certamen aequante fortuna. Ceterum angustiae loci, in quo haeserat pugna, non patiebantur totis ingredi viribus; spectabant ergo plures quam inierant proelium et, qui extra teli iactum erant, clamore invicem suos accendebant. Tandem Laconum acies languescere lubrica arma sudore vix sustinens, pedem deinde referre coepit. Vt urgente hoste apertius fugere, insequebatur dissipatos victor et, emensus cursu omne spatium, quod acies Laconum obtinuerat, ipsum Agin persequebatur. Ille ut fugam suorum et proximos hostium conspexit, deponi se iussit: expertusque membra an impetum animi sequi possent, postquam deficere sensit, poplitibus semet excepit, galeaque strenue sumpta clipeo protegens corpus hastam dextera vibrabat ultro vocans hostem, si quis iacenti spolia demere auderet. Nec quisquam fuit, qui sustineret comminus congredi: procul missilibus adpetebatur, ea ipsa in hostem retorquens, donec lancea nudo pectori infixa est. Qua ex vulnere evolsa inclinatum ac deficiens caput clipeo paulisper excepit, dein linquente spiritu pariter ac sanguine moribundus in arma procubuit. Cecidere Lacedaemoniorum V milia et CCC, ex Macedonibus haud amplius M; ceterum vix quisquam nisi saucius revertit in castra.

Haec victoria non Spartam modo sociosque eius, sed etiam omnis, qui fortunam bellicam spectaverant, fregit. Nec fallebat Antipatrum dissentire ab animis gratulantium vultus; sed bellum finire cupienti opus erat decipi, et, quamquam fortuna rerum placebat, invidiam tamen, quia maiores res erant, quam quas praefecti modus caperet, metuebat. Quippe Alexander hostes vinci voluerat, Antipatrum vicisse ne tacitus quidem indignabatur suae demptum gloria existimans, quidquid cessisset alienae. Itaque Antipater, qui probe nosset spiritus eius, non est ausus ipse agere arbitria victoriae, sed concilium Graecorum, quid fieri placeret, consuluit. A quo Lacedaemonii nihil aliud quam ut oratores mittere ad regem liceret, Tegeatae veniam defectionis praeter auctores inpetraverunt, Megalopolitanis, quorum urbs obsessa erat a defectionis sociis, Achaei et Elei centum XX talenta dare iussi sunt. Hic fuit exitus belli, quod repente ortum prius tamen finitum est, quam Dareum Alexander apud Arbela superaret.


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