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Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber V - 11

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XI. Patron autem, Graecorum dux, praecipit suis ut arma, quae in sarcinis antea ferebantur, induerent, ad omne imperium suum parati et intenti. Ipse currum regis sequebatur occasioni inminens adloquendi eum, quippe Bessi facinus praesenserat; sed Bessus id ipsum metuens, custos verius quam comes, a curru non recedebat. Diu ergo Patron cunctatus ac saepius sermone revocatus, inter fidem timoremque haesitans, regem intuebatur. Qui, ut tandem advertit oculos, Bubacen spadonem inter proximos currum sequentem percontari iubet numquid ipsi velit dicere. Patron se vero, sed remotis arbitris loqui velle cum eo respondit, iussusque propius accedere sine interprete,—nam haud rudis Graecae linguae Dareus erat,—"Rex", inquit, "ex L milibus Graecorum supersumus pauci, omnes fortunae tuae comites, et in hoc tuo statu idem, qui florente te fuimus, quascumque terras elegeris, pro patria et domesticis rebus petituri. Secundae adversaeque res tuae copulavere nos tecum. Per hanc fidem invictam oro et obtestor, in nostris castris tibi tabernaculum statue, nos corporis tui custodes esse patiaris. Omisimus Graeciam, nulla Bactra sunt nobis, spes omnis in te: utinam et ceteris esset! Plura dici non attinet. Custodiam corporis tui externus et alienigena non deposcerem, si crederem alium posse praestare." Bessus quamquam erat Graeci sermonis ignarus, tamen stimulante conscientia indicium profecto Patronem detulisse credebat: et interpretes celato sermone Graeci exempta dubitatio est. Dareus autem, quantum ex voltu concipi poterat, haud sane territus percontari Patrona causam consilii quod adferret coepit. Ille, non ultra differendum ratus: "Bessus", inquit, "et Nabarzanes insidiantur tibi; in ultimo discrimine et fortunae tuae et vitae hic dies aut parricidis aut tibi futurus ultimus." Et Patron quidem egregiam conservati regis gloriam tulerat. Eludant videlicet, quibus forte temere humana negotia volvi agique persuasum est, nec serie nexuque causarum latentium et multo ante destinatarum suum quemque ordinem inmutabili lege percurrere. Dareus certe respondit, quamquam sibi Graecorum militum fides nota sit, numquam tamen a popularibus suis recessurum; difficilius sibi esse damnare, quam decipi: quidquid fors tulisset, inter suos perpeti malle quam transfugam fieri; sero se perire, si salvum esse milites sui nollent. Patron desperata regis salute ad eos quibus praeerat reddit, omnia pro fide experiri paratus.


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Besso,
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venerarla
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