Splash Latino - Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber V - 7

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Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber V - 7

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VII. Ceterum ingentia animi bona, illam indolem, qua omnes reges antecessit, illam in subeundis periculis constantiam, in rebus moliendis efficiendisque velocitatem, in deditos fidem, in captivos clementiam, in voluptatibus permissis quoque et usitatis temperantiam, haud tolerabili vini cupiditate foedavit. Hoste et aemulo regni reparante cum maxime bellum, nuper subactis quos vicerat novumque imperium aspernantibus, de die inibat convivia, quibus feminae intererant, non quidem quas violari nefas esset, quippe pelices licentius, quam decebat, cum armato vivere adsuetae. Ex his una Thais, et ipsa temulenta, maximam apud omnes Graecos initurum gratiam adfirmat, si regiam Persarum iussisset incendi: exspectare hoc eos, quorum urbes Barbari delessent. Ebrio scorto de tanta re ferente sententiam, unus alter, et ipsi mero onerati, adsentiuntur. Rex quoque avidior fuit quam patientior: "Quin igitur ulciscimur Graeciam, et urbi faces subdimus?" Omnes incaluerant mero: itaque surgunt temulenti ad incendendam urbem, cui armati pepercerant. Primus rex ignem regiae iniecit; tum convivae et ministri pelicesque. Multa cedro aedificata erat regia: quae celeriter igne concepto late fudit incendium. Quod ubi exercitus, qui haud procul urbe tendebat, conspexit, fortuitum ratus ad opem ferendam concurrit. Sed ut ad vestibulum regiae ventum est, vident regem ipsum adhuc aggerentem faces. Omissa igitur quam portaverant aqua, ipsi aridam materiem in incendium iacere coeperunt. Hunc exitum habuit regia totius Orientis, unde tot gentes antea iura petebant, patria tot regum, unicus quondam Graeciae terror, molita M navium classem et exercitus, quibus Europa inundata est, contabulato mari molibus perfossisque montibus, in quorum specus fretum inmissum est. Ac ne tam longa quidem aetate, quae excidium eius secuta est, resurrexit. Alias urbes habuere Macedonum reges, quas nunc habent Parthi: huius vestigium non inveniretur, nisi Araxe amnis ostenderet. Haud procul moenibus fluxerat: inde urbem fuisse XX stadiis distantem credunt magis quam sciunt accolae. Pudebat Macedones tam praeclaram urbem a comissabundo rege deletam esse. Itaque res in serium versa est, et imperaverunt sibi ut crederent illo potissimum modo fuisse delendam. Ipsum, ut primum gravato ebrietate mentem quies reddidit, paenituisse constat et dixisse maiores poenas Graecis Persas daturos fuisse, si ipsum in solio regiaque Xerxis conspicere coacti essent. Postero die Lycio itineris, quo Persidem intraverat, duci XXX talenta dono dedit. Hinc in regionem Mediae transiit? ubi supplementum novorum e Cilicia militum occurrit; peditum erant V milia, equites M; utrisque Platon Atheniensis praeerat. His copiis auctus, Dareum persequi statuit.


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