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Curzio Rufo - Historiarum Alexandri Magni - Liber Iii - 4

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IV. Interea Alexander, Abistamene Cappadociae praeposito, Ciliciam petens cum omnibus copiis regionem, quae castra Cyri appellatur, pervenerat. Stativa illic habuerat Cyrus, cum adversum Croesum in Lydiam duceret. Aberat ea regio quinquaginta stadia ab aditu quo Ciliciam intramus: Pylas incolae dicunt artissimas fauces, munimenta, quae manu ponimus, naturali situ imitante. Igitur Arsames, qui Ciliciae praeerat, reputans quid initio belli Memno suasisset, quondam salubre consilium sero exsequi statuit: igni ferroque Ciliciam vastat, ut hosti solitudinem faciat; quidquid usui potes esse, corrumpit, sterile ac nudum solum, quod tueri nequibat, relicturus. Sed longe utilius fuit angustias aditus, qui Ciliciam aperit, valido occupare praesidio, iugumque opportune itineri imminens obtinere, unde inultus subeuntem aut prohibere aut opprimere hostem potuisset. Nunc paucis, qui callibus praesiderent, relictis retro ipse concessit, populator terrae quam a populationibus vindicare debebat. Ergo, qui relicti erant, proditos se rati, nec conspectum quidem hostis sustinere valuerunt, cum vel pauciores locum obtinere potuissent. Namque perpetuo iugo montis asperi ac praerupti Cilicia includitur; quod, cum a mari adsurgat, velut sinu quodam flexuque curvatum rursus altero cornu in diversum litus excurrit. Per hoc dorsum, qua maxime introrsus mari cedit, asperi tres aditus et perangusti sunt, quorum uno Cilicia intranda est. Campestris eadem, qua vergit ad mare, planitiem eius crebris distinguentibus rivis: Pyramus et Cydnus, incliti amnes fluunt. Cydnus non spatio aquarum, sed liquore memorabilis: quippe leni tractu e fontibus labens puro solo excipitur, nec torrentes incurrunt, qui placide manantis alveum turbent. Itaque incorruptus idemque frigidissimus, quippe multa riparum amoenitate inumbratus, ubique fontibus suis similis in mare evadit. Multa in ea regione monumenta vulgata carminibus vetustas exederat: monstrabantur urbium sedes, Lyrnesi et Thebes, Typhonis quoque specus et Corycium nemus, ubi crocum gignitur ceteraque in quibus nihil praeter famam duraverat.

Alexander fauces iugi, quae Pylae appellantur, intravit. Contemplatus locorum situm non alias magis dicitur admiratus esse felicitatem suam; obrui potuisse vel saxis confitebatur, si fuissent qui subeuntes propellerent. Iter vix quaternos capiebat armatos; dorsum montis imminebat viae, non angustae modo, sed plerumque praeruptae crebris oberrantibus rivis, qui ex radicibus montium manant. Thracas tamen leviter armatos praecedere iusserat scrutarique calles, ne occultus hostis in subeuntes erumperet. Sagittariorum quoque manus occupaverat iugum; intentos arcus habebant moniti non inter ipsos inire sed proelium. Hoc modo agmen pervenit ad urbem Tarson, cui tum maxime Persae subiciebant ignem, ne opulentum oppidum hostis invaderet. At ille, Parmenione ad inhibendum incendium cum expedita manu praemisso, postquam Barbaros adventu suorum fugatos esse cognovit, urbem a se conservatam intrat.


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