Splash Latino - Cicerone - Rhetorica - Tusculanae Disputationes - Liber Tertius - 73

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Cicerone - Rhetorica - Tusculanae Disputationes - Liber Tertius - 73

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[73] Praeclarum illud est et, si quaeris, rectum quoque et verum, ut eos, qui nobis carissimi esse debeant, aeque ac nosmet ipsos amemus; ut vero plus, fieri nullo pacto potest. Ne optandum quidem est in amicitia, ut me ille plus quam se, ego illum plus quam me; perturbatio vitae, si ita sit, atque officiorum omnium consequatur.

XXX. Sed de hoc alias; nunc illud satis est, non attribuere ad amissionem amicorum miseriam nostram, ne illos plus quam ipsi velint, si sentiant, plus certe quam nosmet ipsos diligamus. Nam quod aiunt plerosque consolationibus nihil levari adiunguntque consolatores ipsos confiteri se miseros, cum ad eos impetum suum fortuna converterit, utrumque dissolvitur. Sunt enim ista non naturae vitia, sed culpae. Stultitiam. autem accusare quamvis copiose licet. Nam et qui non levantur, <se> ipsi ad miseriam invitant, et qui suos casus aliter ferunt atque ut auctores aliis ipsi fuerunt, non sunt vitiosiores quam fere plerique, qui avari avaros, gloriae cupidos gloriosi reprehendunt. Est enim proprium stultitiae aliorum vitia cernere, oblivisci suorum.


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[degiovfe] - [2013-02-15 11:46:26]

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