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Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber Iii - 9

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[IX] [32] Ad nosmet ipsos iam revertor, quoniam sic fuimus semper comparati, ut hominum sermonibus quasi in aliquod contentionis iudicium vocaremur. Quid tam dissimile quam ego in dicendo et Antonius? Cum ille is sit orator, ut nihil eo possit esse praestantius, ego autem, quamquam memet mei paenitet, cum hoc maxime tamen in comparatione coniungar. Videtisne, genus hoc quod sit Antoni? Forte, vehemens, commotum in agendo, praemunitum et ex omni parte causae saeptum, acre, acutum, enucleatum, in sua quaque re commorans, honeste cedens, acriter insequens, terrens, supplicans, summa orationis varietate, nulla nostrarum aurium satietate. [33] Nos autem, quicumque in dicendo sumus, quoniam esse aliquo in numero vobis videmur, certe tamen ab huius multum genere distamus; quod quale sit, non est meum dicere, propterea quod minime sibi quisque notus est et difficillime de se quisque sentit; sed tamen dissimilitudo intellegi potest et ex motus mei mediocritate et ex eo, quod, quibus vestigiis primum institi, in eis fere soleo perorare et quod aliquanto me maior in verbis [quam in sententiis] eligendis labor et cura torquet verentem, ne, si paulo obsoletior fuerit oratio, non digna exspectatione et silentio fuisse videatur. [34] Quod si in nobis, qui adsumus, tantae dissimilitudines sunt, tam certae res cuiusque propriae et in ea varietate fere melius a deteriore facultate magis quam genere distinguitur atque omne laudatur, quod in suo genere perfectum est, quid censetis, si omnis, qui ubique sunt aut fuerunt oratores, amplecti voluerimus, nonne fore ut, quot oratores, totidem paene reperiantur genera dicendi? Ex qua mea disputatione forsitan occurrat illud, si paene innumerabiles sint quasi formae figuraeque dicendi, specie dispares, genere laudabiles, non posse ea, quae inter se discrepant, eisdem praeceptis atque una institutione formari. [35] Quod non est ita, diligentissimeque hoc est eis, qui instituunt aliquos atque erudiunt, videndum, quo sua quemque natura maxime ferre videatur. Etenim videmus ex eodem quasi ludo [summorum in suo cuiusque genere artificum et magistrorum] exisse discipulos dissimilis inter se ac tamen laudandos, cum ad cuiusque naturam institutio doctoris accommodaretur. [36] Cuius est vel maxime insigne illud exemplum, ut ceteras artis omittamus, quod dicebat Isocrates doctor singularis se calcaribus in Ephoro, contra autem in Theopompo frenis uti solere: alterum enim exsultantem verborum audacia reprimebat alterum cunctantem et quasi verecundantem incitabat. Neque eos similis effecit inter se, sed tantum alteri adfinxit, de altero limavit, ut id conformaret in utroque, quod utriusque natura pateretur.

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[degiovfe] - [2013-03-03 09:44:18]

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