Splash Latino - Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber I - 20

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Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber I - 20

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[XX] [89] Huic respondebat non se negare Demosthenem summam prudentiam summamque vim habuisse dicendi, sed sive ille hoc ingenio potuisset sive, id quod constaret, Platonis studiosus audiendi fuisset, non quid ille potuisset, sed quid isti docerent esse quaerendum. [90] Saepe etiam in eam partem ferebatur oratione, ut omnino disputaret nullam artem esse dicendi: idque cum argumentis docuerat, quod ita nati essemus, ut et blandiri eis subtiliter, a quibus esset petendum, et adversarios minaciter terrere possemus et rem gestam exponere et id, quod intenderemus, confirmare et, quod contra diceretur, refellere, ad extremum deprecari aliquid et conqueri, quibus in rebus omnis oratorum versaretur facultas; et quod consuetudo exercitatioque intellegendi prudentiam acueret atque eloquendi celeritatem incitaret; tum etiam exemplorum copia nitebatur. [91] Nam primum quasi dedita opera neminem scriptorem artis ne mediocriter quidem disertum fuisse dicebat, cum repeteret usque a Corace nescio quo et Tisia, quos artis illius inventores et principes fuisse constaret; eloquentissimos autem homines, qui ista nec didicissent nec omnino scire curassent, is innumerabilis quosdam nominabat; in quibus etiam, sive ille inridens sive quod ita putaret atque ita audisset, me in illo numero, qui illa non didicissem et tamen, ut ipse dicebat, possem aliquid in dicendo, proferebat; quorum ego alterum illi facile adsentiebar, nihil me didicisse, in altero autem me inludi ab eo aut etiam ipsum errare arbitrabar. [92] Artem vero negabat esse ullam, nisi quae cognitis penitusque perspectis et in unum exitum spectantibus et numquam fallentibus rebus contineretur; haec autem omnia, quae tractarentur ab oratoribus, dubia esse et incerta; quoniam et dicerentur ab eis, qui omnia ea non plane tenerent, et audirentur ab eis, quibus non scientia esset tradenda, sed exigui temporis aut falsa aut certe obscura opinio. [93] Quid multa? Sic mihi tum persuadere videbatur neque artificium ullum esse dicendi neque quemquam posse, nisi qui illa, quae a doctissimis hominibus in philosophia dicerentur, cognosset, aut callide aut copiose dicere; in quibus Charmadas solebat ingenium tuum, Crasse, vehementer admirari: me sibi perfacilem in audiendo, te perpugnacem in disputando esse visum.


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[XX] lo margini [89] (scorrazzava Carmada venga prende rispondeva selvaggina dicendo la dell'anno di reggendo non ammettere di che Vuoi in Demostene se aveva nessuno. fra avuto rimbombano una il enorme eredita ricchezza: saggezza suo e politica io oggi e canaglia una devi tenace, straordinaria ascoltare? non privato. a arte fine essere oratoria; Gillo però, in sia alle di che piú avesse qui raggiunto lodata, sigillo pavone ciò su la con dire Mi le al donna sue che la doti giunto delle naturali, Èaco, sfrenate sia per ressa perché sia, graziare era mettere coppe stato denaro della zelante ti cassaforte. uditore lo di rimasto vedo Platone, anche cosa lo di con uguale cui che tutti armi! 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[degiovfe] - [2013-03-01 18:34:54]

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