Splash Latino - Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber I - 10

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Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber I - 10

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[X] [39] Quid? Leges veteres moresque maiorum; quid? Auspicia, quibus ego et tu, Crasse, cum magna rei publicae salute praesumus; quid? Religiones et caerimoniae; quid? Haec iura civilia, quae iam pridem in nostra familia sine ulla eloquentiae et laude versantur, num aut inventa sunt aut cognita aut omnino ab oratorum genere tractata? [40] Equidem et Ser. Galbam memoria teneo divinum hominem in dicendo et M. Aemilium Porcinam et C. ipsum Carbonem, quem tu adulescentulus perculisti, ignarum legum, haesitantem in maiorum institutis, rudem in iure civili; et haec aetas vestra praeter te, Crasse qui tuo magis studio quam proprio munere aliquo disertorum ius a nobis civile didicisti, quod interdum pudeat, iuris ignara est. [41] Quod vero in extrema oratione quasi tuo iure sumpsisti, oratorem in omnis seris monis disputatione copiosissime versari posse, id, nisi hic in tuo regno essemus, non tulissem multisque praeessem, qui aut interdicto tecum contenderent aut te ex iure manum consertum uocarent, quod in alienas possessiones tam temere inruisses. [42] Agerent enim tecum lege primum Pythagorei omnes atque Democritii ceterique in iure sua physici vindicarent [ornati homines in dicendo et graves], quibuscum tibi iusto sacramento contendere non liceret; urgerent praeterea philosophorum greges iam ab illo fonte et capite Socrate nihil te de bonis rebus in vita, nihil de malis, nihil de animi permotionibus, nihil de hominum moribus, nihil de ratione vitae didicisse, nihil omnino quaesisse, nihil scire convincerent; et cum universi in te impetum fecissent, tum singulae familiae litem tibi intenderent; [43] instaret Academia, quae, quicquid dixisses, id te ipsum negare cogeret; Stoici vero nostri disputationum suarum atque interrogationum laqueis te inretitum tenerent; Peripatetici autem etiam haec ipsa, quae propria oratorum putas esse adiumenta atque ornamenta dicendi, a se peti vincerent oportere, ac non solum meliora, sed etiam multo plura Aristotelem Theophrastumque de istis rebus, quam omnis dicendi magistros scripsisse ostenderent. [44] Missos facio mathematicos, grammaticos, musicos, quorum artibus vestra ista dicendi vis ne minima quidem societate coniungitur. Quam ob rem ista tanta tamque multa profitenda, Crasse, non censeo; satis id est magnum, quod potes praestare, ut in iudiciis ea causa, quamcumque tu dicis, melior et probabilior esse videatur, ut in contionibus et in sententiis dicendis ad persuadendum tua plurimum valeat oratio, denique ut prudentibus diserte, stultis etiam vere videare dicere. Hoc amplius si quid poteris, non id mihi videbitur orator, sed Crassus sua quadam propria, non communi oratorum facultate posse.".


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[X][39] porta E ora pane che stima al dire? piú può Le con da antiche in un leggi giorni si e pecore scarrozzare delle spalle un tradizioni Fede piú degli contende patrono antenati, Tigellino: che voce sdraiato dire nostri ? voglia, conosce Gli una fa auspici, moglie. difficile ai propinato quali tutto Eolie, tanto e libra io per altro? quanto dico? tu, margini vecchi o riconosce, Crasso, prende gente presiediamo inciso.' nella con dell'anno e grande non tempo vantaggio questua, Galla', dello in Stato? chi Che fra O dire beni da dei incriminato. libro riti ricchezza: casa? e e lo delle oggi abbiamo cerimonie del stravaccato sacre? tenace, in Che privato. a sino dire essere a di d'ogni alzando questi gli studi di denaro, di cuore e diritto stessa civile, pavone il che la Roma già Mi la da donna iosa tempo la sono delle e ereditari sfrenate colonne nella ressa chiusa: nostra graziare famiglia, coppe sopportare senza della guardare alcuna cassaforte. in gloria cavoli oratoria, vedo forse la il che che farsi sono uguale stati propri nomi? 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[degiovfe] - [2013-03-01 18:16:37]

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