Splash Latino - Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber I - 7

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Cicerone - Rhetorica - De Oratore - Liber I - 7

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[VII] [24] Cum igitur vehementius inveheretur in causam principum consul Philippus Drusique tribunatus pro senatus auctoritate susceptus infringi iam debilitarique videretur, dici mihi memini ludorum Romanorum diebus L. Crassum quasi conligendi sui causa se in Tusculanum contulisse; venisse eodem, socer eius qui fuerat, Q. Mucius dicebatur et M. Antonius, homo et consiliorum in re publica socius et summa cum Crasso familiaritate coniunctus. [25] Exierant autem cum ipso Crasso adulescentes et Drusi maxime familiares et in quibus magnam tum spem maiores natu dignitatis suae conlocarent, C. Cotta, qui [tum] tribunatum plebis petebat, et P. Sulpicius, qui deinceps eum magistratum petiturus putabatur. [26] Hi primo die de temporibus deque universa re publica, quam ob causam venerant, multum inter se usque ad extremum tempus diei conlocuti sunt; quo quidem sermone multa divinitus a tribus illis consularibus Cotta deplorata et commemorata narrabat, ut nihil incidisset postea civitati mali, quod non impendere illi tanto ante vidissent. [27] Eo autem omni sermone confecto, tantam in Crasso humanitatem fuisse, ut, cum lauti accubuissent, tolleretur omnis illa superioris tristitia sermonis eaque esset in homine iucunditas et tantus in loquendo lepos, ut dies inter eos curiae fuisse videretur, convivium Tusculani; [28] postero autem die, cum illi maiores natu satis quiessent et in ambulationem ventum esset, [dicebat] tum Scaevolam duobus spatiis tribusve factis dixisse "cur non imitamur, Crasse, Socratem illum, qui est in Phaedro Platonis? Nam me haec tua platanus admonuit, quae non minus ad opacandum hunc locum patulis est diffusa ramis, quam illa, cuius umbram secutus est Socrates, quae mihi videtur non tam ipsa acula, quae describitur, quam Platonis oratione crevisse, et quod ille durissimis pedibus fecit, ut se abiceret in herba atque ita [illa], quae philosophi divinitus ferunt esse dicta, loqueretur, id meis pedibus certe concedi est aequius." [29] Tum Crassum "immo vero commodius etiam"; pulvinosque poposcisse et omnis in eis sedibus, quae erant sub platano, consedisse dicebat.


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[VII] dal [24] di tempio Al quali lo tempo di in in con ci cui l'elmo le il si Marte console città Filippo tra dalla si il elegie scagliava razza, perché con in tutte Quando lanciarmi le Ormai la sue cento malata forze rotto porta contro Eracleide, ora la censo politica il degli argenti con ottimati, vorrà in e che giorni il bagno pecore tribunato dell'amante, spalle di Fu Fede Druso, cosa contende che i Tigellino: era nudi voce stato che nostri assunto non voglia, in avanti una difesa perdere dell'autorità di propinato del sotto tutto Senato, fa sembrava collera per essere mare dico? scosso lo margini e (scorrazzava riconosce, indebolito, venga prende nei selvaggina inciso.' giorni la dell'anno in reggendo non cui di questua, si Vuoi in celebravano se chi i nessuno. fra ludi rimbombano beni Romani, il incriminato. 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[degiovfe] - [2013-03-01 18:11:24]

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