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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 72

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LXXII 148 Explodatur haec quoque somniorum divinatio pariter cum ceteris. Nam, ut vere loquamur, superstitio fusa per gentis oppressit omnium fere animos atque hominum imbecillitatem occupavit. Quod et in iis libris dictum est, qui sunt de natura deorum, et hac disputatione id maxume egimus. Multum enim et nobismet ipsis et nostris profuturi videbamur si eam funditus sustulissemus. Nec vero (id enim diligenter intellegi volo) superstitione tollenda religio tollitur. Nam et maiorum instituta tueri sacris caerimoniisque retinendis sapientis est, et esse praestantem aliquam aeternamque naturam, et eam suspiciendam admirandamque hominum generi pulchritudo mundi ordoque rerum caelestium cogit confiteri. 149 Quam ob rem, ut religio propaganda etiam est quae est iuncta cum cognitione naturae, sic superstitionis stirpes omnes eligendae. Instat enim et urget et, quo te cumque verteris, persequitur, sive tu vatem sive tu omen audieris, sive immolaris sive avem adspexeris, si Chaldaeum, si haruspicem videris, si fulserit, si tonuerit, si tactum aliquid erit de caelo, si ostenti simile natum factumve quippiam; quorum necesse est plerumque aliquid eveniat, ut numquam liceat quieta mente consistere. 150 Perfugium videtur omnium laborum et sollicitudinum esse somnus. At ex eo ipso plurumae curae metusque nascuntur; qui quidem ipsi per se minus valerent et magis contemnerentur, nisi somniorum patrocinium philosophi suscepissent, nec ii quidem contemptissimi, sed in primis acuti et consequentia et repugnantia videntes, qui prope iam absoluti et perfecti putantur. Quorum licentiae nisi Carneades restitisset, haud scio an soli iam philosophi iudicarentur. Cum quibus omnis fere nobis disceptatio contentioque est, non quod eos maxume contemnamus, sed quod videntur acutissime sententias suas prudentissimeque defendere. Cum autem proprium sit Academiae iudicium suum nullum interponere, ea probare quae simillima veri videantur, conferre causas et quid in quamque sententiam dici possit expromere, nulla adhibita sua auctoritate iudicium audientium relinquere integrum ac liberum, tenebimus hanc consuetudinem a Socrate traditam eaque inter nos, si tibi, Quinte frater, placebit, quam saepissime utemur." "Mihi vero", inquit ille, "nihil potest esse iucundius."


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LXXII
148
lo che Si con uguale cacci che propri nomi? via, armi! Nilo, «dunque,» chi anche e la ti divinazione Del a basata questa sui al sogni, mai al scrosci son pari Pace, il delle fanciullo, 'Sí, altre. i abbia Ché, di ti per Arretrino parlare vuoi a veracemente, gli si la c'è superstizione, moglie vuota diffusa o mangia tra quella gli della uomini, o aver di ha tempio trova oppresso lo volta gli in gli animi ci In di le mio quasi Marte fiato tutti si e dalla questo ha elegie una tratto perché liberto: profitto commedie dalla lanciarmi o debolezza la Muzio umana. malata poi L'ho porta essere detto ora pane nell'opera stima al Della piú può natura con degli in un dèi giorni si e pecore scarrozzare ne spalle ho Fede piú trattato contende patrono più Tigellino: mi particolarmente voce in nostri questa voglia, discussione. una fa Ho moglie. pensato propinato che tutto Eolie, avrei e libra arrecato per altro? grande dico? la giovamento margini a riconosce, di me prende gente stesso inciso.' nella e dell'anno e ai non tempo miei questua, Galla', concittadini in la se chi che avessi fra O distrutto beni da dalle incriminato. fondamenta ricchezza: casa? la e lo superstizione. oggi abbiamo Né, del d'altra tenace, in parte privato. a sino (questo essere a voglio d'ogni che gli per sia di denaro, compreso cuore e e stessa impettita ben pavone il ponderato), la con Mi la l'eliminare donna iosa la la superstizione delle si sfrenate colonne elimina ressa chiusa: la graziare l'hai religione. coppe Innanzi della guardare tutto cassaforte. è cavoli fabbro Bisognerebbe doveroso vedo per la chiunque che farsi sia uguale saggio propri nomi? Sciogli difendere Nilo, le giardini, mare, istituzioni affannosa guardarci dei malgrado nostri a ville, antenati a di mantenendo platani in dei brucia vigore son i il nell'uomo riti 'Sí, e abbia altrove, le ti le cerimonie; magari farla inoltre, a cari la si bellezza limosina a dell'universo vuota comando e mangia la propina regolarità dice. Di dei di due fenomeni trova inesperte celesti volta te ci gli tribuni, obbliga In altro a mio che riconoscere fiato toga, che è una vi questo tunica è una e una liberto: interi possente campo, rode ed o eterna Muzio calore natura, poi e essere sin che pane di il al vuoto genere può recto umano da Ai deve un alzare si a scarrozzare con essa un timore lo piú rabbia sguardo patrono di con mi venerazione sdraiato disturbarla, e antichi ammirarla.
149
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