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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 63

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LXIII 129 Venit enim iam in contentionem, utrum sit probabilius, deosne inmortalis, rerum omnium praestantia excellentis, concursare omnium mortalium, qui ubique sunt, non modo lectos, verum etiam grabatos, et, cum stertentem aliquem viderint, obicere iis visa quaedam tortuosa et obscura, quae illi exterriti somno ad coniectorem mane deferant, an natura fieri ut mobiliter animus agitatus, quod vigilans viderit, dormiens videre videatur. Utrum philosophia dignius, sagarum superstitione ista interpretari an explicatione naturae? Ut, si iam fieri possit vera coniectura somniorum, tamen isti, qui profitentur, eam facere non possint: ex levissimo enim et indoctissimo genere constant. Stoici autem tui negant quemquam nisi sapientem divinum esse posse. 130 Chrysippus quidem divinationem definit his verbis: "vim cognoscentem et videntem et explicantem signa, quae a dis hominibus portendantur"; officium autem esse eius praenoscere, dei erga homines mente qua sint quidque significent, quemadmodumque ea procurentur atque expientur. Idemque somniorum coniectionem definit hoc modo: esse vim cernentem et explanantem quae a dis hominibus significentur in somnis. Quid ergo? ad haec mediocri opus est prudentia an et ingenio praestanti et eruditione perfecta? Talem autem cognovimus neminem.


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LXIII
129
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130
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