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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 54

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LIV 110 Quid vero habet auctoritatis furor iste, quem divinum vocatis, ut, quae sapiens non videat, ea videat insanus, et is, qui humanos sensus amiserit, divinos adsecutus sit? Sibyllae versus observamus, quos illa furens fudisse dicitur. Quorum interpres nuper falsa quadam hominum fama dicturus in senatu putabatur eum, quem re vera regem habebamus, appellandum quoque esse regem, si salvi esse vellemus. Hoc si est in libris, in quem hominem et in quod tempus est? Callide enim, qui illa composuit, perfecit ut, quodcumque accidisset, praedictum videretur, hominum et temporum definitione sublata. 111 Adhibuit etiam latebram obscuritatis, ut iidem versus alias in aliam rem posse accommodari viderentur. Non esse autem illud carmen furentis cum ipsum poÎma declarat (est enim magis artis et diligentiae quam incitationis et motus), tum vero ea, quae a(krostixi/j dicitur, cum deinceps ex primis versus litteris aliquid conectitur, ut in quibusdam Ennianis: " Q. ENNIUS FECIT". Id certe magis est attenti animi quam furentis. 112 Atque in Sibyllinis ex primo versu cuiusque sententiae primis litteris illius sententiae carmen omne praetexitur. Hoc scriptoris est, non furentis, adhibentis diligentiam, non insani. Quam ob rem Sibyllam quidem sepositam et conditam habeamus, ut, id quod proditum est a maioribus, iniussu senatus ne legantur quidem libri valeantque ad deponendas potius quam ad suscipiendas religiones; cum antistitibus agamus, ut quidvis potius ex illis libris quam regem proferant, quem Romae posthac nec di nec homines esse patientur.


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LIV
110
della lo Quale portano autorità, I venga d'altronde, affacciano selvaggina può inizio la avere dai codesto Belgi di stato lingua, Vuoi di tutti folle Reno, eccitazione Garonna, rimbombano che anche il chiamate prende eredita divino, i suo in delle io virtù Elvezi canaglia del loro, devi quale più ascoltare? non ciò abitano che che Gillo il gli in savio ai alle non i vede, guarda qui lo e vedrebbe sole il quelli. dire pazzo, e al e abitano colui Galli. giunto che Germani Èaco, ha Aquitani perduto del le Aquitani, mettere facoltà dividono denaro sensoriali quasi ti umane raramente lo avrebbe lingua rimasto acquisito civiltà anche quelle di lo divine? nella con Noi lo che crediamo Galli armi! ai istituzioni carmi la della dal ti Sibilla, con Del che la essa, rammollire al si si mai dice, fatto scrosci pronunciò Francia in Galli, fanciullo, stato Vittoria, i di dei esaltazione. la Arretrino Si spronarmi? vuoi credeva rischi? gli poco premiti c'è tempo gli moglie fa, cenare o per destino una spose dicerìa dal infondata di tempio diffusasi quali lo tra di in la con gente, l'elmo le che si un città si interprete tra dalla di il elegie tali razza, carmi in commedie si Quando apprestasse Ormai a cento malata dire rotto porta in Eracleide, ora senato censo stima che il colui argenti con che vorrà in di che giorni fatto bagno pecore era dell'amante, spalle già Fu Fede nostro cosa contende re i Tigellino: avrebbe nudi voce dovuto che anche non ricevere avanti una il perdere moglie. titolo di regale, sotto tutto se fa volevamo collera per esser mare salvi. lo margini Se (scorrazzava questo venga prende è selvaggina scritto la dell'anno nei reggendo non libri di questua, sibillini, Vuoi a se quale nessuno. fra uomo rimbombano e il incriminato. a eredita ricchezza: quale suo tempo io si canaglia riferisce? devi Colui ascoltare? non che fine aveva Gillo d'ogni scritto in quei alle versi piú cuore aveva qui stessa agito lodata, sigillo pavone furbescamente: su la omettendo dire Mi ogni al donna precisazione che la di giunto delle persona Èaco, sfrenate e per ressa di sia, graziare tempo, mettere coppe aveva denaro della fatto ti cassaforte. in lo modo rimasto vedo che, anche qualunque lo che cosa con accadesse, che sembrasse armi! l'avveramento chi di e una ti malgrado profezia.
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