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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 35

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XXXV 73 Ergo hoc auspicium divini quicquam habere potest, quod tam sit coactum et expressum? Quo antiquissumos augures non esse usos argomento est, quod decretum collegii vetus habemus omnem avem tripudium facere posse. Tum igitur esset auspicium, si modo esset ei liberum se ostendisse; tum avis illa videri posset interpres et satelles Iovis; nunc vero inclusa in cavea et fame enecta si in offam pultis invadit, et si aliquid ex eius ore cecidit, hoc tu auspicium aut hoc modo Romulum auspicari solitum putas? 74 Iam de caelo servare non ipsos censes solitos qui auspicabantur? Nunc imperant pullario; ille renuntiat fulmen sinistrum, auspicium optumum quod habemus ad omnis res praeterquam ad comitia; quod quidem institutum rei publicae causa est, ut comitiorum vel in iudiciis populi vel in iure legum vel in creandis magistratibus principes civitatis essent interpretes.
"At Ti. Gracchi litteris Scipio et Figulus consules, cum augures iudicassent eos vitio creatos esse, magistratu se abdicaverunt." Quis negat augurum disciplinam esse? Divinationem nego. "At haruspices divini; quos cum Ti. Gracchus, propter mortem repentinam eius qui in praerogativa reverenda subito concidisset, in senatum introduxisset, non iustum rogatorem fuisse dixerunt." 75 Primum vide, ne in eum dixerint, qui rogator centuriae fuisset; is enim erat mortuus: id autem sine divinatione coniectura poterant dicere. Deinde fortasse casu qui nullo modo est ex hoc genere tollendus. Quid enim scire Etrusci haruspices aut de tabernaculo recte capto aut de pomerii iure potuerunt? Equidem adsentior C. Marcello potius quam App. Claudio, qui ambo mei collegae fuerunt, existimoque ius augurum, etsi divinationis opinione principio constitutum sit, tamen postea rei publicae causa conservatum ac retentum.


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XXXV
73
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74
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