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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 17

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XVII 38 Quid? Cum pluribus deis immolatur, qui tandem evenit ut litetur aliis, aliis non litetur? Quae autem inconstantia deorum est, ut primis minentur extis, bene promittant secundis? Aut tanta inter eos dissensio, saepe etiam inter proxumos, ut Apollinis exta bona sint, Dianae non bona? Quid est tam perspicuum quam, cum fortuito hostiae adducantur, talia cuique exta esse, qualis cuique obtigerit hostia? "At enim id ipsum habet aliquid divini, quae cuique hostia obtingat, tamquam in sortibus, quae cui ducatur." Mox de sortibus; quamquam tu quidem non hostiarum causam confirmas sortium similitudine, sed infirmas sortis conlatione hostiarum. 39 An, cum in Aequimaelium misimus qui adferat agnum quem immolemus, is mihi agnus adfertur qui habet exta rebus accommodata, et ad eum agnum non casu, sed duce deo servus deducitur? Nam si casum in eo quoque esse dicis quasi sortem quandam cum deorum voluntate coniunctam, doleo tantam Stoicos nostros Epicureis inridendi sui facultatem dedisse; non enim ignoras quam ista derideant. 40 Et quidem illi faciliius facere possunt: deos enim ipsos iocandi causa induxit Epicurus perlucidos et perflabilis et habitantis tamquam inter duos lucos sic inter duos mundos propter metum ruinarum, eosque habere putat eadem membra, quae nos, nec usum ullum habere membrorum. Ergo hic, circumitione quadam deos tollens, recte non dubitat divinationem tollere; sed non, ut hic sibi constata item Stoici. Illius enim deus, nihil habens nec sui nec alieni negoti, non potest hominibus divinationem impertire; vester autem deus potest non impertire, ut nihilo minus mundum regat et hominibus consulat. 41 Cur igitur vos induitis in eas captiones, quas numquam explicetis? Ita enim cum magis properant, concludere solent: "si di sunt, est divinatio; sunt autem di; est ergo divinatio." Multo est probabilius: "non est autem divinatio; non sunt ergo di." Vide quam temere committant ut, si nulla sit divinatio, nulli sint di. Divinatio enim perspicue tollitur, deos esse retinendum est.


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XVII
38
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39
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40
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