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Cicerone - Rhetorica - De Divinatione - Liber Ii - 16

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XVI Sed adfers in tauri opimi extis immolante Caesare, cor non fuisse; id quia non potuerit accidere, ut sine corde victuma illa viveret, iudicandum esse tum interisse cor, cum immolaretur. 37 Qui fit, ut alterum intellegas, sine corde non potuisse bovem vivere, alterum non videas, cor subito non potuisse nescio quo avolare? Ego enim possum vel nescire quae vis sit cordis ad vivendum, vel suspicari contractum aliquo morbo bovis exile et exiguum et vietum cor et dissimile cordis fuisse; tu vero quid habes, quare putes, si paulo ante cor fuerit in tauro opimo, subito id in ipsa immolatione interisse? An quod adspexerit vestitu purpureo excordem Caesarem, ipse corde privatus est? Urbem philosophiae, mihi crede, proditis, dum castella defenditis; nam, dum haruspicinam veram esse vultis, physiologiam totam pervertitis. Caput est in iecore, cor in extis: iam abscedet, simul ac molam et vinum insperseris; deus id eripiet, vis aliqua conficiet aut exedet. Non ergo omnium interitus atque ortus natura conficiet, et erit aliquid quod aut ex nihilo oriatur aut in nihilum subito occidat. Quis hoc physicus dixit umquam? Haruspices dicunt; his igitur quam physicis credendum potius existumas?


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XVI
Ma
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37
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